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Barli: “Il piano del Parco che verrà”

Federico Barli, Consigliere del Parco Nazionale delle 5 Terre.

LA SPEZIA – Chi abbia girato un po’ il mondo sa quanto sia facile trovare in giro esempi di sviluppo senza sostenibilità, così come di sostenibilità senza sviluppo. La sfida vera è quella di tenere insieme le due cose, proprio nel segno di uno sviluppo sostenibile: a metà degli anni Novanta, quando arrivò alle 5 Terre il riconoscimento dell’Unesco, sembrava una discussione da convegni dei soliti noti; oggi, 21 anni dopo, è una indiscussa  fonte di ricchezza e di lavoro  per un territorio di area  vasta .

Il nostro Parco  tiene insieme la cura di un patrimonio culturale-ambientale  e le ricadute economico-sociali su una comunità intera. Proprio questa comunità, consapevole di quanto il proprio destino sia legato alla custodia di un dono ricevuto dalla Natura e valorizzato dalla fatica dell’uomo, va resa protagonista del nuovo modello di gestione del territorio: prima ancora del presidente che verrà – su cui è già partito il totonomi, diventando un argomento popolare – è importante sapere quale direzione sarà presa nei prossimi anni.

La nostra fortuna è che non dobbiamo partire da zero: le 5 Terre sono fonte di studio tra i casi di buone pratiche, hanno un appeal internazionale, rappresentano un motore di sviluppo riconosciuto da tutti. Ci sono limiti da superare? Certamente: per esempio, il ritorno economico nei settori è ad oggi molto squilibrato (troppo remunerativo quello turistico rispetto a quello agricolo) e forse non siamo ancora riusciti a trasmettere ai nostri visitatori una piena coscienza della fragilità ambientale. Ma è altrettanto indubbio che la presidenza di Vittorio Alessandro abbia creato nuove condizioni di stabilità  dopo l’inchiesta giudiziaria e la disastrosa esperienza commissariale: è da qui, dunque, che bisogna ripartire.

Un agricoltore – e parlo anche per esperienza personale – passa più tempo a sbrigare pratiche che a recuperare un” ciàn ” : la semplificazione amministrativa deve dunque essere una priorità più di quanto lo sia stata finora. Le altre parole d’ordine sono facili, le conosciamo tutti: la biodiversità, l’autenticità, la rigenerazione agricola, la salvaguardia del patrimonio delle comunità, la sua centralità in un territorio di area vasta, i suoi modelli di sostenibilità, la partecipazione ai processi, la sinergia tra mare e terra, la manutenzione della rete sentieristica. Tutti questi argomenti dovranno essere affrontati con il “nuovo piano del parco”,  la base su cui costruire il prossimo futuro.

Un piano ha due rischi da evitare: quello della cornice vuota, al cui interno si può fare tutto e il suo contrario, e quello del cappio stretto, che ingessa un territorio con vincoli scritti da chi non conosce la realtà quotidiana e le aspettative delle comunità. Provo a essere concreto: chi sia disponibile, per esempio, a riportare un terreno dallo stato di bosco a vigneto deve ricevere regole chiare e semplici sulle procedure da seguire; deve essere accompagnato con efficienza e – mi permetto di usare questa parola – anche con una certa gratitudine, perché sta svolgendo un servizio pubblico di cui la comunità intera potrà beneficiare.

Il nuovo piano del parco dovrà, insomma, essere concreto, trovando soluzioni anche a problemi annosi. Penso alla difficoltà della ricomposizione fondiaria (non risolta, purtroppo, dall’istituzione della Banca della terra) oppure ai cambiamenti necessari per poter usufruire appieno della meccanizzazione del sistema agricolo, ormai irrinunciabile. E ce ne sarebbero molti altri: chi conosce a fondo queste realtà ha dunque il dovere di dare un proprio contributo – così ho fatto anche io, l’anno scorso, accettando la nomina a consigliere proposta dal ministro per l’Agricoltura – e deve essere coinvolto in ogni fase.

Dovremo dunque agire di concerto con gli agricoltori e gli operatori turistici, con le amministrazioni locali, la Regione e la stessa Comunità del Parco;  dovremo riformulare normative, attraverso un laboratorio di partecipazione sapiente e vera in cui tutte le energie andranno convogliate; dovremo scrivere un nuovo patto con i turisti, che non vanno demonizzati ma aiutati a crescere nella consapevolezza. Il lavoro, insomma, non manca, e la discussione sterile e folcloristica sul prossimo Presidente non è certo il modo migliore per iniziarlo: parliamo invece di contenuti e di obiettivi da raggiungere, se vogliamo davvero bene al nostro Parco e a chi lo vive ogni giorno.