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Punto di vista. Il PD è morto, viva il PD!

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Di Marco Ursano

LA SPEZIA – Comunque la si pensi, quella che abbiamo vissuto ieri è stata una giornata storica per la sinistra e per questo Paese. La vittoria netta di Matteo Renzi, legittimata da un’affluenza che, visto i tempi, ha dell’incredibile, ha segnato un passaggio fondamentale che fa pensare alla fine della Seconda Repubblica e all’inizio di un nuovo processo. Di fatto, e se ne facciano una ragione i vari apparati, il vero Partito Democratico è nato ieri sera alla chiusura di gazebi e seggi. Il PD è morto, viva il PD!

Si è chiusa una stagione, è stato superato il fallimentare modello del partito nato nei corridoi e nei caminetti, la fusione fredda tra ceti politici ex Ds e Margherita. La lezione numero uno delle primarie di ieri è che un partito deve rispondere a esigenze di rappresentanza politica diffuse, a bisogni sociali, a tensioni culturali e progetti di trasformazione; esiste nella realtà se è il frutto di un processo storico reale, non se è proiezione astratta di gruppi dirigenti che hanno interesse solo a perpetrarsi e mantenere i loro poteri locali e nazionali. Il Partito Democratico fino a ieri, a parte qualche piccola sacca di resistenza interna, è stato il soggetto politico organizzato più lontano dalla realtà di tutti gli altri, quello che ha compreso di meno le dinamiche di questo Paese: il partito del compromesso al ribasso, dell’inciucio, della subalternità culturale.

La seconda lezione delle Primarie è sulla connotazione di sinistra di Matteo Rienzi. Una polemica provinciale e stucchevole. L’accusa di “berlusconismo” al sindaco di Firenze è sempre stata ridicola, figlia delle puerili semplificazioni della sinistra massimalista da una parte; e di quella delle larghe intese dall’altra, così a corto di argomentazioni da buttarla in strumentale caciara. Figuriamoci se si può essere più a destra di D’Alema e soci, che sono sempre stati di sinistra solo a parole e che per oltre venti anni si sono occupati di parare il culo (ci scuserete) a Berlusconi, fare e disfare comitati di affari, favorire le grandi concentrazioni monopolistiche e genuflettersi alla troika (cose già scritte più volte, chi ci segue lo sa, non è infierire sui vinti).

Renzi è un liberal, un Tony Blair in salsa fiorentina. E’ vero che viene dalla Margherita, ma con un’operazione di ribaltamento culturale che trascende le sue origini. Il suo essere una specie di democratico americano in riva all’Arno gli fa assumere contenuti non proprio vicini alla tradizione della sinistra novecentesca, vedi la sua idiosincrasia per il sindacato e scivoloni clamorosi come quello su Marchionne, e privilegiare le sensibilità del mondo dell’impresa e del professionismo. Eccede in personalismo, accentua la propensione al trasversalismo e alla creazione di lobby estranee al corpo del partito (del resto le lobby negli States sono istituzionalizzate). Ha un’attenzione prioritaria verso il digitale e le nuove tecnologie e capacità di comunicare e “sentire la pancia” della gente fuori dal comune. Il suo è un progetto di innovazione e gestione più efficiente del governo della cosa pubblica: una visione social-manageriale basata sul superamento delle liturgie della politica e sull’etica della responsabilità della decisione, a costo di scontrarsi con quello che considera un impedimento. E anche questa è sinistra, che piaccia o no. Perché Veltroni sì e Renzi no? Il filo dei valori e delle idee che li lega è molto forte, basta pensare al discorso del Lingotto, di fatto l’archiviazione della socialdemocrazia italiana. Le altre anime della sinistra, a partire da Civati, ma anche Landini, SEL e ci possiamo spingere più in là, potranno discutere e litigare con Renzi anche aspramente, e magari servirà e molto, ma ci dovranno convivere e trovare punti di accordo. In un’ottica comune di rinnovamento delle classi dirigenti e di questo Paese.

E’ la terza lezione delle primarie: ha vinto quello che, prima degli altri a sinistra, ha detto basta con la nomenclatura, con gli amici degli amici. Con gli incompetenti nei posti chiave. E con la loro arroganza. E per questo l’hanno votato anche i vecchi militanti del PD, i compagni dell’ex PCI. Perché non ne potevano più di D’Alema e soci e hanno intravisto in Renzi una speranza di cambiamento e di vittoria.

E qui veniamo alla quarta lezione delle primarie: l’appello finale, l’ultima occasione. L’ultima apertura di credito a un leader della sinistra. Che poi significa che Renzi dovrà mantenere le sue promesse e riempire di contenuti programmi troppo generici. Molti sono i “renziani della seconda ora”, i capi bastone ex di qualcosa, bersaniani, francheschinani, eccetera, che si sono riciclati renziani. Ci sono in tutti i territori, muovono interessi consolidati e voti, in molti casi rappresentano stagnazione e clientele. L’impressione è che Renzi viaggerà su due livelli: uno nazionale, in cui gestirà un partito leggero attraverso un cerchio magico di “teste pensanti” (molti di loro estranei alla politica) e amministratori fidati, con l’obbiettivo della conquista del Governo. Letta è avvertito, da oggi sarà ostaggio di Renzi. Un po’ come quando Vitellozzo assediò Pisa. Ed il livello locale, dove sostanzialmente governeranno i “renziani di apparato”. Un equilibrio precario, il partito come mezzo e non come fine, dove contano più gli elettori che gli iscritti, una scommessa difficile da vincere perché presuppone quasi una rivoluzione ontologica. E tenere a freno le ambizioni dei colonnelli vecchi e nuovi nei territori.

E poi ci sono le grandi sfide per il futuro, che nessuno potrà eludere. Combattere la disoccupazione e le disuguaglianza sociali. Lo sfascio del welfare, della scuola, della cultura. Coniugare nuovo sviluppo con la tutela dell’ambiente e la ridistribuzione della ricchezza. Creare una nuova politica europea comune che si affranchi dalla dittatura della Troika e delle agenzie di rating. Altro che servizio civile europeo: bisognerà trovare il coraggio di puntare i piedi per ridiscutere tutti i trattati e i vincoli che ci opprimono, cominciando dal pareggio di bilancio.

Non funzioneranno ricette di morbido neo liberismo alla Blair. Il dibattito sulla flessibilità è già antico, il vero problema della modernità è la precarietà di generazioni intere. La globalizzazione ha gli occhi disperati dei migranti di Lampedusa e degli operai di cinquant’anni espulsi dal ciclo produttivo e senza più ammortizzatori sociali. Oggi, anche le aree più moderate della sinistra europea si pongono il tema del capitalismo senza progresso sociale e intriso delle disuguaglianze che conosciamo. Non basteranno il contenimento del prelievo fiscale su lavoro e impresa, la sburocratizzazione della elefantiaca macchina pubblica, la razionalizzazione del welfare (che peraltro in questi anni ha significato solo tagli lineari e soldi pubblici ai privati, vedi sanità). Così come il rilancio dell’agroalimentare e della bellezza Made in Italy. Non basterà una nuova legge elettorale, fare fuori gli apparati e l’auspicato ricambio generazionale. Tutte cose che andranno fatte, ma non basteranno.

Cambiare verso significa progettare, e realizzare, una società differente. Che valorizzi sì il merito, ma con uguali condizioni di partenza per tutti. In cui il pubblico non sia sinonimo di sprechi, ma di diritti e servizi ai cittadini. In cui il lavoro ritrovi dignità e valore, e l’ambiente sia una risorsa da valorizzare per uno sviluppo armonico, non territori da violentare per interessi di speculatori e di eco mafie. Vedremo cosa farà Matteo il fiorentino, se riuscirà realmente a rinnovare e cambiare passo. Sicuramente, peggio degli altri non potrà fare. Ma non vogliamo consolarci con questo, sarebbe volare troppo basso, e abbiamo bisogno di volare più in alto possibile. Facendo bene, ognuno di noi, la propria parte. Punto di Vista.

Marco Ursano

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