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Punto di Vista. Larghe intese e teoremi antichi

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Di Marco Ursano

LA SPEZIA – Ai soloni delle larghe intese non piace Report, perché “restituisce un’immagine negativa dell’Italia”. Dicono più o meno così. Sono i direttori di giornali mainstream, i politici dell’inciucio, i boiardi di Stato, gli alti funzionari ministeriali, gli imprenditori abituati a navigare nelle melmose acque degli appalti pubblici miliardari e pilotati. E’ il sottobosco del potere insieme al ritratto di un Paese devastato; realtà raccontata da trasmissioni che onorano il mestiere del giornalista come quelle della Gabanelli. Si spendono milioni di euro per il braccialetto elettronico e non ci sono i soldi per la benzina delle auto delle Forze dell’Ordine; si ciancia ogni giorno di riforme e non si ha la visione, ed il coraggio, di unificare le diverse forze di polizia, operazione che porterebbe con sé risparmio di soldi pubblici e maggiore efficienza dei servizi. Invece che attuare politiche serie per lo sviluppo delle autostrade digitali, la democrazia in rete e l’abbattimento del “digital divide”, politici ridicolmente incapaci varano provvedimenti che distruggono la pubblicità on line e l’e-commerce, veri settori trainanti per lo sviluppo del futuro, favorendo corporazioni anacronistiche. Sono solo alcuni esempi, se ne potrebbero fare centinaia. 

Anche il “movimento” dei forconi, etero diretto da poteri oscuri, infiltrato da gruppi neofascisti e dalla mafia, senza un programma intellegibile, ma che intercetta un malessere sociale reale e rappresenta fette di classe media produttiva letteralmente lasciata a se stessa e vessata dallo Stato, è utilizzato come scusa per perpetrare il disegno delle larghe intese. Lo ha fatto anche il Presidente Napolitano nel suo recente discorso alla cerimonia di auguri con le alte cariche dello Stato. E’ un teorema antico, evocare la piazza cattiva per mantenere inalterato lo status quo. La Democrazia Cristiana ci ha costruito buona parte della sua strategia politica nella Prima Repubblica (senza contare la strategia della tensione orchestrata, anche qui, da poteri oscuri, contigui e paralleli). Il Presidente Napolitano in più ci ha aggiunto il carico: la minaccia delle sue dimissioni. Un’opportunità che andrebbe colta al volo.

Di fronte ad uno scenario così drammatico, con un Paese in crisi economica e sociale profondissima (l’Istat riporta di un 29,9% di individui della popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale, il 48% al Mezzogiorno) è necessaria una svolta profonda, strutturale. Epocale. Non certo un governicchio subalterno alla Troika che, nella migliore delle ipotesi, rimanda solo i problemi. La legge di stabilità non contiene nessuna risposta vera al mondo del lavoro ed alle imprese, nessuna ricetta per la crescita, nessuna riforma realmente utile per uscire da questa stagnazione, nessun provvedimento di equità fiscale. Vedremo se il rinnovamento promesso da Renzi sarà reale. Vedremo se il suo accordo con Letta è solo tattico, in attesa della nuova legge elettorale entro fine gennaio (aver tolto la palla alla Finocchiaro fa ben sperare) per poi farlo saltare un minuto dopo per conclamata incapacità, o se ci regalerà davvero altro quindici mesi di immobilismo. Se fosse, malauguratamente, così, altro che forconi e populismo. Paradossalmente, oggi c’è la possibilità di cominciare a lavorare seriamente per imprimere una svolta reale a questo Paese, per uscire dalla crisi e guardare il futuro. Pensare positivo è superare la palude delle larghe intese, e al più presto. Punto di Vista.

Marco Ursano

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