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Pagano: settant’anni fa La Spezia e la Val di Magra conobbero i rastrellamenti e le deportazioni più feroci

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Giorgio Pagano, Copresidente del Comitato Unitario della Resistenza

LA SPEZIA – Settant’anni fa la popolazione spezzina e della Val di Magra visse giornate tra le più drammatiche della sua storia, che pesarono enormemente nella memoria popolare della guerra e della Resistenza.

Il 21 novembre 1944 il quartiere di Migliarina, tra i più attivi nell’antifascismo e teatro di tante azioni partigiane, fu rastrellato da un ingente schieramento di forze. Oltre 250 persone furono prese prigioniere, portate al XXI Reggimento Fanteria, dove oggi sorge il complesso scolastico del 2 giugno, poi a Genova nel carcere di Marassi: furono torturate, costrette a firmare confessioni, e poi deportate in Germania. Non erano solamente partigiani e antifascisti, ma anche persone semplicemente sospettate di sostenere i ribelli: professionisti, insegnanti, artigiani, commercianti, sacerdoti. I fascisti repubblichini vollero dare una punizione collettiva e terrorizzare la popolazione perché non “tradisse” il fascismo. Con gli arresti di massa del 21 novembre Spezia raggiunse, nell’ambito della deportazione, un tragico primato: è la città italiana che registra, percentualmente, rispetto alle altre, più deportati (584) e più vittime (234, quasi tutte a Mauthausen).

Sempre in quei giorni il comando supremo tedesco in Italia ordinò un grande rastrellamento per liberare dai partigiani tutto l’entroterra apuano-lunigianese. Il 29 novembre i reparti nazisti e fascisti partirono dalla zona tra Carrara e Santo Stefano e costrinsero le bande ribelli  o a passare il monte Sagro raggiungendo così la zona liberata dagli alleati o a disperdersi. In quelle colline non si poteva più resistere: tutto era stato distrutto  e incendiato.

Eppure, nonostante la tragedia e lo sconforto, la Resistenza si riorganizzò, riprese forza ,superò il freddo e difficile inverno 1944-45, fino alla vittoria di aprile. I protagonisti di allora non sapevano come sarebbe andata a finire, anzi temevano il peggio. Ma non si arresero mai. In nessun’altra fase della vita nazionale l’Italia ha mobilitato tanta passione civile: non solo tra i partigiani in montagna, ma anche nella società che li appoggiava e fiancheggiava, tra le donne, gli operai, i contadini, i sacerdoti. E’ difficile capire oggi come questa impresa sia potuta accadere, tanto più in un Paese che veniva da una dittatura ventennale, con una pedagogia di massa che non educava certo alla libertà. Ma accadde. Gran parte dei giovani di allora fece una scelta: il bene contro il male, la libertà contro la dittatura, il cammino con gli altri e non solo quello individuale. E’ questa la forza della Resistenza, che la rende il mito fondativo della nazione. Ed è questo, in tempi di passioni tristi, il grande messaggio politico e morale che consegna all’Italia di oggi.

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