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I lavori del consiglio regionale di oggi

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GENOVA – Accorpamento del 118 di Imperia e Savona
Con un’interrogazione Marco Scajola (FI) ha affrontato la questione relativa al possibile accorpamento delle centrali del 118 di Imperia a Savona. Il consigliere ha rimarcato che con l’accorpamento si andrebbe incontro a un inevitabile depotenziamento del servizio: a suo avviso, vista la complessità del territorio ligure, fatto di costa, collina ed entroterra montuoso, si metterebbe in gioco la sicurezza stessa dei cittadini. Scajola ha chiesto, quindi, alla giunta come intenda affrontare la questione. «Accorpare le centrali del 118 non  porterebbe un particolare risparmio mentre porterebbe il depotenziamento del servizio con conseguenze che potrebbero anche essere gravi. Secondo alcune voci non si accentrerebbe solo il savonese e l’imperiese ma si andrebbe a creare un’unica centrale regionale.
Per la giunta ha risposto il vicepresidente e assessore alla salute Claudio Montaldo: «Quello di accentrare il servizio in effetti era una delle nostre idee. Ma il  programma ha subito una battuta d’arresto mentre lo stesso processo è andato avanti in altre regioni ed è compresa nel patto della salute. Io resto convinto che, se attuato correttamente, l’accentramento del 118 può dare nel tempo benefici ampi senza intaccare nemmeno di una virgola il livello assistenziale. Tant’è che il 118 funziona benissimo in regioni come L’Emilia Romagna e la Lombardia che l’hanno accentrato. La cosa importante è che lo operatore che risponde sia qualificato e in grado di dare una risposta di tipo sanitario e non solo logistica. Ci sono casi in cui l’operatore al telefono ha aiutato la nascita di bambini lontani dal pronto soccorso e ha garantito i primi interventi per stabilizzare pazienti infartuati o che avevano subito incidenti gravi. Per il cittadino, dov’è fisicamente collocato l’operatore telefonico è indifferente, l’importante è che le ambulanze arrivino in tempo e siano correttamente situate sul  territorio. Venerdì in giunta regionale verrà deciso che anche le ultime automediche che operano solo sulle 12 ore vengano utilizzate h 24. Oggi la  rete del 118 garantisce la copertura h 24 di 17 automediche e di 100 ambulanze. Personalmente credo che i servizi del 118 debbano essere interregionalizzati e che si debba gradualmente andare verso una sola centrale».
Scajola ha ribattuto affermando di mantenere inalterate le proprie perplessità, non tanto per l’aspetto sanitario, ma per quello logistico: «Il territorio ligure è assai più complicato di quello di regioni pianeggianti come l’Emilia Romagna e la Lombardia. La mia soddisfazione deriva dal fatto che ci sia stata una battuta d’arresto sull’accentramento».
 
 
Accoglienza profughi e immigrati e utilizzo dell’ex ospedale “L. Frugone” di Busalla
Su questo argomento sono state illustrate tre interrogazioni: una da Antonino Oliveri (Pd), un’altra da Matteo Rosso, FI, (che era sottoscritta anche dai colleghi di gruppo Roberto Bagnasco e Marco Melgrati) e la terza da Edoardo Rixi (Lega Nord Liguria-Padania), firmata anche dai colleghi Francesco Bruzzone, e Maurizio Torterolo.
Oliveri ha ricordato che l’ex ospedale “Luigi Frugone” di Busalla è stato utilizzato, tra l’agosto del 2011 e la primavera del 2013, per l’accoglienza di una trentina di migranti provenienti dal nord-Africa. Successivamente tali migranti sono stati collocati in altre strutture. Il consigliere ha sottolineato che il sindaco di Busalla ha inviato una lettera al prefetto di Genova nella quale chiede di trovare una soluzione alternativa all’utilizzo dell’ex ospedale sottolineando che “era stata condivisa, con il direttore della ASL 3 Genovese, con l’Assessore regionale alla Sanità e le amministrazioni comunali della Valle Scrivia, la scelta di avviare l’iter per l’utilizzo entro il 2014 della struttura come RSA. «Tuttavia fino a pochi mesi fa – ha spiegato Oliveri  – non risultavano rilasciate dal Comune di Busalla le necessarie. È necessario risolvere la questione delle destinazione del “Luigi Frugone” e garantire, come richiesto dalla ASL 3 e ribadito dal prefetto di Genova, che la struttura sia libera per l’avvio dei lavori per la realizzazione della RSA». Oliveri ha chiesto il rispetto degli impegni presi con i comuni della Valle Scrivia. Deve essere chiaro se la Regione e la ASL 3 intendano garantire il sollecito affidamento della struttura per la realizzazione di una RSA e se il Comune di Busalla abbia garantito tutte le indispensabili autorizzazioni per l’utilizzo della struttura.
Matteo Rosso (FI) ha affrontato la questione relativa alla presenza di immigrati in Liguria. Il consigliere ha sostenuto che la struttura dell’ex ospedale Frugone di Busalla dovrebbe ritornare al servizio dei cittadini residenti e venire destinato alla realizzazione di una RSA, viste le forti esigenze del territorio in quel campo. Il consigliere ha chiesto inoltre alla giunta: «qual’è il numero di immigrati che verranno accolti in Liguria, dove verranno collocati i nuovi arrivi, quali misure verranno attivate, quanto si prevede resteranno in Liguria, come verranno gestiti e in che modo si pensa di non penalizzare i cittadini di Busalla».
Edoardo Rixi (Lega Nord Liguria-Padania), dopo aver polemizzato sul fatto che le interrogazioni attendono mesi prima di venire discusse e che spesso la loro disamina avviene quando ormai i problemi sono superati dalla realtà, ha chiesto alla Regione di intervenire per affrontare l’emergenza relativa all’accoglienza dei profughi. Il consigliere ha rilevato che dall’ottobre 2013, sono sbarcati in Italia oltre 117 mila profughi Rixi ha aggiunto: «Come l’inchiesta Mafia Capitale sta dimostrando, la cosiddetta assistenza agli immigrati rende più del traffico di droga. Quelli che “giocano” a fare i buoni in realtà lucrano milioni alle spalle dei cittadini onesti e dei disperati che cercano rifugio nel nostro Paese. E’ ora di finirla con una logica che porta ad accogliere in Italia tutti i disperati con lo scopo, tra l’altro, di abbassare i salari agli italiani e agli immigrati integrati. Di fatto da anni  importiamo schiavi. Occorre la capacità di guardare oltre il proprio steccato ideologico e iniziare a gestire questo fenomeno utile solo a quelli che si buttano nel grande business dell’immigrazione».
L’assessore alle politiche sociali Lorena Rambaudi ha risposto che la Rsa a Busalla verrà fatta: «L’ex ospedale è stato dato in uso temporaneo alla prefettura solo per emergenza immigrati in un periodo in cui non era utilizzato sapendo che non si sarebbe fatto in tempo a indire una gara per il suo utilizzo definitivo».  Secondo quanto affermato dall’assessore, la disponibilità a  varare la gara è concreta e oggi non ci sono immigrati ospiti della struttura, quindi non ci sono ostacoli di sorta a procedere in tal senso.
«Sulla questione generale dell’immigrazione, a livello nazionale si era immaginato un flusso di 60 mila profughi: in realtà ne sono arrivati 160 mila». Com’è noto, molti di loro  sono andati via dall’Italia che non era la loro vera meta finale. «Ci stiamo battendo perché si cambi il trattato in base al quale le persone devono restare nel paese dove arrivano fino quando non viene accertata la loro identità e stabilita la loro condizione.  Un trattato che penalizza paesi territori come l’Italia che, per la maggior parte di loro, costituisce il primo approdo.  Possiamo comunque dire di aver retto l’impatto dell’emergenza creatasi in Nord Africa: i protocolli di intesa fra Stato, Regioni e Autonomie locali hanno garantito un’accoglienza in po’ meno caotica. Oggi in Liguria c’è una cabina di regia regionale coordinata dal prefetto del capoluogo». Secondo Rambaudi In Liguria ci sono 900 profughi pari esattamente al 3% di quanti sono a livello nazionale Viene quindi rispettata la proporzione nazionale fra le Regioni. «Considerata la nostra situazione di emergenza sul piano alluvionale –a ha detto l’assessore – domani vorrei proporre al prefetto di scrivere al governo centrale per avere un rallentamento dei   flussi in Liguria. Per quanto riguarda i costi, ad ogni immigrato vengono assicurati  35 euro al giorno, ma  sono fondi gestiti dalle prefetture e le Regioni non hanno oneri, tutto passa dalla cabina di regia alla quale collaboriamo, e per ogni regione c’è un soggetto attuatore e pagatore». Per quanto riguarda l’accoglienza, secondo Rambaudi, la fase in cui si utilizzavano strutture alberghiere è terminata anche perché non funzionavano allo scopo: il problema per i profughi non è solo avere vitto alloggio, ma avere mediatori culturali e assistenza legale per il riconoscimento dello status di rifugiato e, in caso di diniego, per le eventuali pratiche di ricorso.
Oliveri ha ribattuto: «Prendo atto dell’impegno della giunta per la realizzazione dell’Rsa a Busalla, ma avrei gradito qualche maggiore precisazione sulla destinazione della struttura dell’ex ospedale e sui tempi previsti per i lavori di ristrutturazione dello stabile. Visto che non mi è stato risposto su questi punti, mi ritengo solo parzialmente soddisfatto e presenterò una interrogazione scritta in merito».
Rosso: «L’assessore cerca di rassicurarci sulla sorte dell’ex ospedale, ma voci ricorrenti dicono cose ben diverse». 
Rixi: «Risposte non ce ne sono state date. Per quanto riguarda gli immigrati, è evidente che l’accoglienza dei profughi è stata sovrafinanzata garantendo, non ai profughi ma a chi opera in questo campo, in primo luogo alle associazioni e alle cooperative guadagni spropositati esenti da tasse.
 
Medico competente, criteri di assegnazione e tagli alle strutture residenziali sanitarie convenzionate
Raffaella Della Bianca (Gruppo misto) ha illustrato un’interrogazione per conoscere i criteri di assegnazione – a fronte di un corrispettivo annuo di 19 mila euro – dell’incarico di “medico competente” nella sorveglianza sanitaria e quali siano state le modalità di selezione. Come ha ricordato Della Bianca, la sorveglianza sanitaria deve essere effettuata dal “medico competente”, che può svolgere la propria opera in qualità di dipendente o collaboratore di una struttura esterna pubblica o privata, convenzionata con il datore di lavoro, libero professionista o dipendente del datore di lavoro. Tale professionista s’impegna a collaborare con il Servizio di prevenzione e protezione nell’attività di valutazione dei rischi ai fini della programmazione della sorveglianza sanitaria, nella predisposizione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, nell’attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori in relazione ai rischi specifici.
Per la giunta ha risposto l’assessore alle risorse finanziarie Sergio Rossetti fino al 2012 la Regione Liguria aveva una convenzione con l’Azienda ospedaliera San Martino e c’era un medico dipendente che svolgeva questi compiti. Quando è andato in pensione il titolare, sia l’azienda Asl 3 che l’Azienda San Martino non sono state in grado di fornire il servizio. «Abbiamo allora ridotto del 5% il compenso che veniva riconosciuto alle aziende e abbiamo stipulato Giunta regionale un contratto con un professionista esterno, contratto che poi è stato rinnovato con deliberazione n. 259 del 7 marzo 2014 anche perché i risultati sono soddisfacenti: dal 2009 al 2013 sono aumentate le ore-presenza del medico competente, da 224 visite a 357 nel 2013 e alcuni test da 172 a 290». Rossetti ha spiegato che L’affidamento di incarico di medico competente si inserisce in un quadro normativo chiaro: il professionista può essere scelto fra i dipendenti del servizio sanitario regionale o essere un collaboratore esterno. La giunta regionale ha stabilito idonei criteri di selezione per gli incarichi professionali con un compenso che ammonta a 19 mila euro annui. La normativa vieta di attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già di ruolo e collocati in quiescenza o che abbiano svolto nell’ultimo anno di servizio funzioni di attività corrispondenti a quelle oggetto dello stesso incarico di studio e consulenza. Il medico incaricato non ha mai avuto rapporti di lavoro alle dipendenze della Regione, in quanto dipendente di azienda.
Della Bianca si è detta insoddisfatta della risposta: «L’assessore non ha chiarito come è stato dato questo incarico al medico che attualmente lo ricopre, quali criteri sono stati seguiti, non ha detto se è stato fatto un bando e come è avvenuta la selezione. Presenterò una nuova interrogazione per avere risposte puntuali».
 
Savonese: no all’ospedale unico, sì all’integrazione dei servizi
Sulla sanità savonese e sui livelli di integrazione e di fusione dei vari servizi sono state presentate due interrogazioni entrambe sottoscritte da Marco Melgrati, capogruppo di Forza Italia.
«Da alcune dichiarazioni pubbliche – ha detto – ho appreso che il sogno segreto di alcuni esponenti di primo piano del Partito Democratico è chiudere i tre ospedali storici del Ponente e della Val Bormida per creare un unico plesso nosocomiale a Savona. Questa previsione diventerebbe realtà, almeno sulla carta, con la revisione del Piano Urbanistico Comunale». Tutto questo – ha aggiunto  – avviene in una situazione in cui si è vinta la battaglia sull’apertura notturna del reparto di Emodinamica al Santa Corona di Pietra Ligure, mentre il territorio subisce il declassamento dei Pronto Soccorso di Albenga e Cairo Montenotte «con disagi fortissimi e attese interminabili soprattutto al Pronto Soccorso di Pietra Ligure, il depauperamento di reparti e servizi agli ospedali di Albenga e di Cairo Montenotte». Melgrati, ha chiesto alla giunta se la prospettiva dell’ospedale unico abbia un fondamento e se non consideri uno spreco due reparti di Emodinamica in provincia di Savona.
Per la giunta ha risposto il vicepresidente  e assessore alla salute Claudio Montaldo: «La giunta è impegnata ad attuare quanto previsto dalla programmazione regionale: come deciso dal Consiglio, si prevedono nuovi ospedali in Liguria e nella provincia di Savona due diverse strutture integrate fra loro: il Santa Corona di Pietra Ligure a ponente e il San Paolo di Savona a levante. Questo programma si è integrato con i lavori di fattibilità e di rinnovamento che hanno portato alla concentrazione del 50% dei servizi dell’ospedale Santa Corona nel nuovo edificio a fianco delle strutture già esistenti, nella parte levantina dell’ospedale, liberando gli spazi a ponente per metterli a disposizione della città di Pietra Ligure. Come si può facilmente capire, tutto questo è antitetico all’idea di  chiudere quell’ospedale. Questi atti li lasceremo alla prossima legislatura e saranno i prossimi amministratori a decidere in merito. Personalmente mi auguro che la provincia di Savona mantenga un polo a ponente a polo a levante, tenendo contro che il Santa Corona sta conquistando un ruolo importante anche per l’imperiese e il basso Piemonte.
Melgrati si è detto parzialmente soddisfatto della risposta: «L’assessore regionale smentisce le parole del vicesindaco di Savona che vagheggiava un ospedale unico».
Melgrati ha quindi illustrato una seconda interrogazione sulla possibilità di riorganizzare i reparti dell’Ospedale "Santa Corona – Santa Maria di Misericordia" che potrebbe portare a un miglioramento del servizio.
Il consigliere ha rilevato che la sinergia tra varie specialità ha trovato una felice soluzione nell'Ospedale Unico del Ponente "Santa Corona – Santa Maria di Misericordia": «La recente storia di un paziente che ha subito un primo intervento congiunto di ortopedia, chirurgia plastica e chirurgia vascolare in urgenza, presso il reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale Santa Corona –- ha aggiunto – è emblematica. L’operazione ha permesso di stabilizzare le fratture e trattare lesioni cutanee e vascolari e in condizioni cliniche più stabili il paziente è stato trasferito presso il MIOS per essere sottoposto ad un delicato e lungo intervento di trapianto osseo vascolarizzato: trapianto osseo proveniente dall’arto opposto alla lesione». Melgrati ha quindi criticato la soppressione di alcuni reparti o la paventata "razionalizzazione" di altri citando la soppressione di ortopedia ad Albenga del reparto chirurgico e la sua trasformazione in week-surgery .
L’assessore alla salute Claudio Montaldo ha risposto: «Io resto dell’opinione che, nell’interesse della sanità ligure, si debba procedere all’integrazione. Ovviamente nulla vale per sempre e le decisioni, in base ai risultati concreti, possono sempre essere modificate. Oggi, per ragioni di funzionalità assistenziale, ritengo che in quell’area non si debbano creare sovrapposizioni e quindi si debba procedere a integrare Santa Corona e Albenga. Per quanto riguarda il Dea di 2° livello, allo stato attuale il Santa Corona deve mantenere questo ruolo sulla base della qualità raggiunta nei campi della traumatologia e dell’ortopedia. Dagli studi fatti, si evidenzia che questo campo il nosocomio gioca stabilmente un ruolo su un bacino della Liguria dove gravitano 500 mila abitanti, ma per molti aspetti può essere attrattivo per l’intera regione e per il basso Piemonte. Credo che questo carattere possa essere mantenuto anche in futuro».
Melgrati ha replicato:  «È chiaro che raggiungere un buon livello di sinergia è sempre positivo. Tuttavia con lo spostamento del reparto di ortopedia di Albenga al Santa Corona si è creato un afflusso presso quest’ultimo nosocomio  di 60-90 pazienti in più al giorno, fatto che ha determinato la creazione di code incredibili e che comporta una pessima immagine della nostra sanità. Con un tratto di penna sono stati cancellati anni di eccellenza dell’ortopedia ingauna senza aver prodotto un vero risparmio, visto che il personale è lo stesso che ha solo cambiato sede. Per mantenere il ruolo di Dea di 2° livello occorre raggiungere un livello di efficienza sempre maggiore e bisogna fare un accordo con le regioni limitrofe».
 
Fermo biologico nel settore ittico
Roberto Bagnasco (FI) ha presentato un’interrogazione rilevando che, a causa delle avverse condizioni meteorologiche, quest’anno le uscite in mare dei pescherecci sono state dimezzate specie nei mesi più redditizi di luglio ed agosto. Secondo Bagnasco la Regione potrebbe dare per già ottemperata la norma di obbligo di fermo per consentire la pesca fino a dicembre senza altre dannose ulteriori interruzioni. Bagnasco ha, quindi, chiesto alla giunta di sostenere economicamente gli operatori di questo settore per coprire almeno in parte il danno causato dalle mancate uscite in mare e di derogare agli obblighi di fermo biologico per lo strascico a novembre e per il palangaro a dicembre.
Per la giunta ha risposto l’assessore alla pesca Giovanni Barbagallo che ha condiviso la posizione espressa da Bagnasco: «Le imbarcazioni dei pescatori liguri sono di piccola taglia e per loro, in un annata come questa e per le caratteristiche del nostro mare, il fermo pesca nel periodo in cui viene praticato – dal 15 settembre al 14 ottobre – non ha senso e non è utile alla ricostituzione degli stock ittici. Per quanto riguarda il pesce spada, il ministero ha imposto il divieto di pescare dal 1° al 31 marzo 2014 e dal 1° ottobre al 30 novembre 2014. Purtroppo la competenza in materia di pesca è esclusivamente ministeriale e comunitaria e le norme europee non riconoscono la specificità della piccola pesca regionale. Per questo, insieme alla Regione Toscana, abbiamo chiesto al governo di affrontare con la commissione europea la questione: noi proponiamo lo spostamento del fermo pesca di un mese e di modificare tutti i divieti che vengono posti per quanto riguarda il pesce spada. Occorre una normativa diversa per la piccola pesca di tradizione fatta con attrezzature limitate rispetto a quella praticata dalle grandi navi pescherecce. Fino ad oggi a livello nazionale mancava una vera politica della pesca e la Regione si trovava fra l’incudine e il martello. Oggi un interlocutore nazionale c’è e le Regioni possono muoversi e incidere di più».  
Bagnasco ha ringraziato l’assessore Barbagallo per la disponibilità: «Il nostro governo in questi anni si è fatto valere ben poco a livello europeo per la difesa della pesca regionale. La critica non riguarda il governo Renzi ma tutti i governi che hanno dimostrato disinteresse per un settore che non ha numeri molto grandi ma che potrebbe dare prospettive a molti giovani attratti da una vita più a contatto con la natura. Che  vorrebbero avvicinarsi alla pesca ma non lo possono fare perché non c’è un ritorno economico. Questo comporta una perdita occupazionale ma anche culturale».
 
Contributo Orchestra Sinfonica di Sanremo
Marco Scajola (FI) ha presentato un’interrogazione sulle difficoltà economiche dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo ricordando che la Regione Liguria si era impegnata più volte a sostenerla finanziariamente. «Doveva essere stanziato un contributo di 180 mila euro, di cui 60 mila nel 2013 e la restante parte nel 2014. Tuttavia – ha dichiarato il consigliere – al momento, nessun atto è stato compiuto e nessun impegno è stato mantenuto e questo rischia di mettere in gravissime difficoltà la realtà artistica sanremese che potrebbe, addirittura, arrivare a licenziare personale dal 2015, se non addirittura alla chiusura dell’Orchestra. Scajola ha chiesto alla giunta di stanziare le risorse finanziarie promesse altrimenti il rischio che vangano licenziati dei dipendenti è molto concreto».
Per la giunta ha risposto l’assessore al turismo Angelo Berlangeri: «Forse c’è una mancanza di informazione: l’orchestra è riconosciuta come regionale ai sensi della legge regionale insieme all’Opera giocosa di Savona e al Teatro della Tosse di Genova. Il comune di Sanremo e le amministrazioni locali hanno cercato di contribuire affinché l’orchestra stesse in piedi. Nel 2012 il nostro contributo è stato di 46 mila euro, due trance da 64 mila euro nel 2013 e nel 2014 è recente l’attribuzione di 100 mila euro. Sono fondi impegnati e spero che il viaggio verso l’Orchestra sinfonica sia veloce. Fare di più è impossibile vista la situazione economica che abbiamo, ma credo che l’impegno assunto sia stato mantenuto. Le regole del gioco sono però cambiate  e sulla base del patto triennale per poter accedere a contributi occorre garantire che le orchestre garantiscano una quota percentuale di copertura bilancio di previsione per consentire loro di produrre un’istanza di contributo».
Scajola: Sono contento della risposta ottenuta in un periodo di risorse sempre decrescenti. Penso che anche l’Orchestra deve utilizzare un altro metodo per avere contributi da parte dei Comuni utilizzando lo stesso criterio usato dal Carlo Felice nel suo rapporto con i diversi Comuni»..       
 
Disagi e disservizi sulle linee ferroviarie in Liguria
Su questo argomento sono state presentate tre interrogazioni: la prima da Sergio Scibilia (Pd); una seconda da Marco Scajola (FI); la terza da Marco Melgrati (FI).
Scibilia ha denunciato il numero di treni soppressi e di quelli che hanno viaggiato con forti ritardi nel periodo luglio – settembre 2014 e ha chiesto alla giunta quali sanzioni intenda comminare a Trenitalia per i disservizi e di affiancare la protesta di un gruppo di pendolari di Bordighera che hanno annunciato una denuncia alla società Trenitalia per interruzione di pubblico servizio.  In aula Scibilia ha citato l’intervista all’amministratore delegato di Trenitalia che “incolpa” dei disservizi le Regioni, in quanto non fornirebbero le necessarie risorse economiche
Scajola ha ricordato che da qualche giorno, sono stati soppressi alcuni treni nella tratta Ventimiglia – Savona e che tali tagli stanno creando enorme disagio agli utenti: pendolari, studenti o turisti. Il consigliere ha chiesto alla giunta chi abbia preso la decisione di sopprimere questi treni, quale sia stato il criterio di scelta, perché sia stata toccata proprio la linea Ventimiglia – Savona e quali siano le misure che la Giunta vuole adottare per superare il disagio creato a tanti cittadini liguri. In aula Scajola ha accusato la Regione di non assumersi le sue responsabilità
Melgrati ha lamentato la nuova soppressione di quattro treni sulla “Torino – Ventimiglia”, denunciata anche attraverso un ordine del giorno approvato dal Consiglio che chiedeva l’immediato intervento della Giunta e ha chiesto alla giunta di ripristinare il servizio. In aula anche Melgrati ha ricordato l’intervista nella quale Soprano punta l’indice contro le Regioni.
Per la giunta ha risposto l’assessore ai trasporti, Giovanni Enrico Vesco che, affrontando la questione risorse ha puntualizzato: «La Regione Liguria è una delle poche Regioni che ha sempre onorato gli impegni con Trenitalia e ha compiuto manovre responsabili di riduzione del servizio e di modifiche tariffarie, ma ha sempre pagato i suoi corrispettivi fino all’ultimo centesimo di euro, fino all’ultimo giorno del servizio esercito. Quindi, non rientriamo tra le accuse di inadempienza sovente rivolte dall’Amministratore Moretti prima e dall’Amministratore Soprano oggi. Abbiamo pagato un taglio pesantissimo. Dal maggio del 2010, il trasporto pubblico in questo Paese ha pagato oltre 1,7 miliardi di euro di tagli alle risorse che aveva a disposizione».  Ha poi detto: «Trenitalia punta molto sull’alta velocità che si denota anche per un utilizzo consistente da parte degli utenti e produce  molto utile e ricchezza che , invece, dovrebbero essere messe a disposizione con uno spirito solidaristico del trasporto regionale, che non si può più basare solo ed esclusivamente sulle risorse regionali. Oggi l’alta velocità rappresenta meno del 3 per cento dei passeggeri di Trenitalia».Vesco ha poi affrontato la questione relativa ai collegamenti tagliati tra Ponente ligure ed il Piemonte. Ha in primo luogo ricordato il taglio, voluto dal Piemonte,  nel dicembre 2013 di numerosi treni, tra i quali quelli che coprivano la tratta Torino-Savona.Ventimiglia.  La Regione Liguria si assunse l’onere economico di reintrodurli e garantire la continuità del servizio da dicembre 2013 a metà giugno 2014. Il Piemonte a sua volta si riprese in carico quei treni sino al 1 settembre 2014.«Nel frattempo, avevamo dato avvio a un confronto molto serrato con la Regione Piemonte ed eravamo arrivati anche a condividere un percorso, pur sofferto, in grado di garantire, a parità di risorse, il ripristino di quel servizio.  – ha continuato l’assessore – Era il famoso piano di soppressione di quattro corse di intercity che collegano Torino con Genova, a detta dei piemontesi non più necessarie dalla velocizzazione di molti treni regionali che, a tariffa ridotta, portavano alla stessa percorrenza degli intercity. Quindi, avevamo deciso di intercedere nei confronti del Ministero, che ricordo è gestore dei collegamenti intercity.Vi era, quindi, questa eventualità: togliere quei treni e destinare le relative risorse al collegamento Cuneo-Ventimiglia. Tutto questo meccanismo, nonostante la volontà delle due Regioni e l’impegno manifestato più volte da chi vi parla, nonché dal Presidente Burlando, anche in contatti con il Ministero stesso e con Trenitalia, a oggi non si è ancora manifestato. Comincio a pensare che non vi siano le condizioni perché si verifichi». Ha continuato: « L’onere che ci eravamo assunti in via transitoria per poter evitare, comunque, l’interruzione del servizio non era più sostenibile. Quindi, dal 1 gennaio abbiamo dovuto sopprimere il collegamento Savona-Ventimiglia». Poiché le soppressioni hanno provocato “buchi” prolungati, soprattutto nella stazione di Ventimiglia «abbiamo  – ha puntualizzato Vesco – subito attivato un tavolo con R.F.I. e Trenitalia, con il prezioso contributo del Comitato di Ponente Ligure. Abbiamo ridisegnato il servizio su quella tratta con le stesse risorse che spendevamo prima. Abbiamo riequilibrato il numero dei treni, potenziandoli in alcuni frangenti, soprattutto spalmandoli con più uniformità nell’arco della giornata»
Scibilia ha sottolineato la necessità di fare una verifica sui ritardi degli IC e nel contempo di organizzare un incontro per capire cosa accadrà nel prossimo futuro nella politica dei trasporti.
Scajola ha ribattuto che Vesco non ha risposto in maniera esauriente non ha spiegato di chi sono responsabilità e colpe. Ha ribadito che la situazione dei trasporti n Liguria è ormai insostenibile. –
Melgrati ha sottoscritto il parere di Scajola dichiarandosi  insoddisfatto
 
Problematiche relative alla asl5
Luigi Morgillo (FI) ha presentato due interrogazioni.
Nella prima interrogazione ha denunciato le difficoltà di accesso dei disabili negli uffici della Asl5. Morgillo ha ricordato che la direzione aziendale ha disposto il trasferimento di tali uffici in via Fazio, nel centro storico della città dove ci sono limitate possibilità di parcheggio, mentre fra gli utenti e gli addetti ci sono persone con difficoltà motorie. Nella zona – ha spiegato il consigliere – mancherebbero i posti auto per disabili. Anche l’accesso al portone d’ingresso rappresenta una difficoltà notevole per una persona in carrozzella: «Pur essendo prevista una rampa mobile per carrozzine non è previsto – ha spiegato – nessun accorgimento per coloro che non sono dotati di carrozzina e con difficoltà motorie che permetta di superare la rampa di scale. Inoltre le ridotte dimensioni dell’ascensore rendono impossibile l’accesso per carrozzine motorizzate. Chiedo, quindi, alla giunta di sollecitare la ASL 5 per trovare una soluzione definitiva adeguata».
Morgillo (FI) nella seconda interrogazione ha rilevato che  Asl5 avrebbe intenzione di acquistare un appartamento in una zona del centro città per trasferirvi gli attuali uffici amministrativi di via XXIV Maggio. «Considerate le difficoltà finanziarie che incontrano le ASL liguri e che per ripianare i disavanzi della sanità la Regione si avvale della vendita del patrimonio delle Aziende sanitarie, che peraltro avviene con difficoltà, non sarebbe meglio – ha chiesto Morgillo – utilizzare prioritariamente le risorse destinate per l’acquisto dell’immobile ai servizi sanitari e sociosanitari?». Morgillo in aula ha puntualizzato che la struttura, oggetto delle due interrogazioni è la medesima. Ha anche chiarito che i nuovi uffici si trovano in una zona sprovvista di parcheggi e in un palazzo storico, non  accessibile ai disabili. Ha quindi chiesto: «Ha un senso la volontà dell’Asl di acquistare un immobile? »
Per la giunta ha risposto l’assessore alla salute Claudio Montaldo: «L’Asl 5 ha motivato l’acquisizione, – al momento si tratta di affitto –  con la necessità di liberare  spazi in via  XXIV maggio, al fine di completare la ristrutturazione di quella sede e destinarla ad attività di carattere assistenziale. Ha scelto questa soluzione in quanto consente l’unificazione di tutti gli uffici amministrativi perché ono già collocati alcuni». Ha quindi puntualizzato: «La Regione ha ricevuto la richiesta di successivo acquisto di questo bene. Noi stiamo però valutando la disponibilità di soluzioni immobiliari alternative, rispetto a quella che ci è stata proposta, nell’ambito del sistema Regione. Riteniamo che, se non ci sono locali disponibili nell’ambito Asl, questi vadano ricercati tra quelli  della “famiglia”Regione. O, in subordine, in quelli di altri soggetti pubblici». Per quanto riguarda l’accesso alla struttura da parte dei  disabili, Montaldo ha puntualizzato che il trasloco ha riguardato uffici con attività non rivolte all’utenza. «Ma, nonostante ciò   – ha detto – gli uffici devono essere tutti accessibili, anche perché le difficoltà  possono riguardare, anche in via temporanea, gli stessi dipendenti Asl».  Ha aggiunto che anche questo fatto deve essere un elemento di valutazione rispetto alla decisione inerente l’acquisto.  Montaldo ha poi spiegato che alla Spezia si è alla vigilia dell’assegnazione dei lavori per il nuovo ospedale Felettino e, quindi, l’Asl, necessita di una ricollocazione degli uffici. Nel contempo l’assessore ha evidenziato i limiti della collocazione di via Fazio sottolineando che è necessario trovare una soluzione per il futuro che superi aspetti negativi e vincoli.
Morgillo si è detto soddisfatto della risposta dell’assessore, ma molto insoddisfatto dell’operato dell’Asl che ha optato per una soluzione inaccettabile e ha rimarcato che alla Spezia son disponibili molti uffici, anche di  proprietà pubblica,  e in zone accessibili.
 
Cementificazione delle coste liguri
Aldo Siri (Liste civiche per Biasotti presidente) ha presentato un’interrogazione per chiedere alla giunta di salvaguardare i tratti costieri fissando stringenti vincoli di inedificabilità per le zone costiere ad oggi non edificate e di attuare una politica di riqualificazione e valorizzazione, sia turistica che residenziale, del patrimonio edilizio già esistente. Siri ha rilevato che, secondo quanto emerge dal dossier di Legambiente “La costa ligure da Marinella di Sarzana a Ventimiglia, l’aggressione del cemento e i cambiamenti del paesaggio”, su 345 km di litorale, dal confine con la Toscana al confine con la Francia, 218 km, ossia il 63%, sono stati interessati da interventi edilizi che hanno deturpato e definitivamente trasformato la fascia costiera. Sempre secondo i dati raccolti dal dossier di Legambiente, la Liguria in 23 anni ha perso 4 km di costa, cancellati da interventi spesso autorizzati da enti ed istituzioni locali, a volte troppo accondiscendenti nella politica della cementificazione.
Per la giunta ha risposto l’assessore alla Pianificazione urbanistica Gabriele Cascino «ricordo che la Liguria è stata la prima regione ad avere un Piano territoriale di coordinamento paesistico che ha permesso di tutelare la nostra zona: erano 672 chilometri quadrati dei 63 comuni costieri dove non è stata possibile nessuna edificazione. Con una variante di salvaguardia costiera approvata nel 2011 è stata rafforzata questa tutela che si estende a 737 chilometri. Mi permetto di segnalare – ha aggiunto –  che la giunta, ancora una volta prima in Italia, si è dotata di  Piano della costa approvato nel 2000 e aggiornato con una variante adottata nel 2011 e in corso di approvazione per disciplinare la realizzazione di porti turistici». Cascino ha annunciato che a breve sarà presentato in Consiglio regionale il nuovo Piano territoriale regionale che segue un lungo dibattito con le  con le comunità locali «che estenderà ulteriormente le aree sottoposte a regimi di tutela».
Siri, dopo avere sottolineato la forte vocazione ligure ad un turismo balneare, ha auspicato che il Piano territoriale regionale valorizzi ulteriormente l’ambiente senza – ha sottolineato – contrastare il rilancio dell’edilizia. 
 
Futuro delle aree della Fiera
Lorenzo Pellerano (Liste civiche per Biasotti presidente) ha presentato un’interrogazione per chiedere alla giunta di promuovere, insieme al Comune di Genova e Autorità Portuale di Genova, un’occasione pubblica di confronto sul futuro delle aree della Fiera del Mare e del tratto di costa compresa fra i Magazzini del Cotone e Punta Vagno, in modo da inserire ogni decisione sul futuro della Fiera nell’ambito di un disegno complessivo di riqualificazione di una porzione significativa della città. Pellerano ha ricordato che per le aree della Fiera di Genova non utilizzate in futuro per manifestazioni fieristiche – come il palasport, il padiglione C e la palazzina uffici – da tempo è stato avviato un percorso di trasferimento e riconversione e che la conclusione di questo percorso è segnata dal passaggio di proprietà delle Aree a SPIM, società immobiliare del Comune che dovrà, quindi, trovare acquirenti per le aree e che il passaggio a SPIM ed il cambio di destinazione d’uso delle aree della Fiera prevede un’illustrazione nei Consigli elettivi degli enti azionisti della Fiera. Tuttavia il Comune avrebbe deciso di non portare in Aula l’argomento, ma di procedere direttamente in Conferenza dei Servizi. Secondo il consigliere questa decisione è molto grave anche perché la Fiera di Genova è un società controllata da Regione, Provincia e Comune. In aula Pellerano ha ricordato che, fra le ipotesi sul futuro dell’area era stata anche balenata anche quella di un  centro commerciale che «snaturerebbe il ruolo del polo fieristico. Su questo argomenti – ha aggiunto – siamo andati avanti per gruppi contrapposti mentre  è importante creare un clima di condivisione e di confronto che abbia anche valenza regionale e coinvolgendo i cittadini in una occasione pubblica. Questa  mia proposta, avanzata nel giugno scorso, è ancora valida oggi».
Per la giunta ha risposto l’assessore alla Pianificazione urbanistica Gabriele Cascino: «Credo che gli enti pubblici interessati alla vicenda abbiamo proposto un dibattito pubblico ed è evidente che questo si possa fare mettendo sul piatto una proposta da cui avviare un percorso che è già iniziato non nel segreto delle stanze, ma in un dibattito pubblico».
Pellerano si è dichiarato insoddisfatto della risposta ribadendo che la Regione è rimasta fuori da questo dibattito e ha suggerito un concorso di idee fra giovani architetti la cui sintesi sia affidata a Renzo Piano.
 
Produttività della spesa pubblica
Raffaella della Bianca (Gruppo misto) ha presentato un’interrogazione chiedendo alla giunta di quali strumenti di verifica e di controllo si è dotata Regione Liguria, per constatare se le azioni politiche intraprese in ambito sia di sanità che di altri dipartimenti per la diminuzione della spesa pubblica hanno prodotto effettivi risparmi, a fronte del mantenimento quantitativo e qualitativo dei servizi erogati ai cittadini. Della Bianca ha rilevato che l’impossibilità di investimenti produttivi con denaro fiscale, a fronte di un problema di ricapitalizzazione delle democrazie, costringe a sovraccaricare la missione espansiva della politica monetaria (soluzione d’emergenza e di breve efficacia) e che negli ultimi 40 anni, gli Stati hanno aumentato tasse e spesa togliendo soldi agli investimenti privati, senza compensare tale riduzione aumentando quelli pubblici. Ciò ha causato una progressiva de-capitalizzazione sistemica in forma di mancata modernizzazione ri-capitalizzante. Quindi – ha rilevato – va introdotto il concetto di “produttività sistemica della spesa pubblica”, semplificabile come criterio di impiegare il denaro fiscale più per investimenti che per mantenimenti.
Per la giunta ha risposto l’assessore alle risorse Finanziarie Sergio Rossetti: « È complicata l’analisi e la valutazione della produttività sistemica della spesa pubblica, perché da una parte le politiche nazionali vanno a definire progressivamente processi di riduzione di risorsa degli investimenti e dall’altra definiscono la necessità di validare e verificare, settore per settore, quale sia effettivamente la capacità di incidere rispetto a questi processi. Purtroppo questo Paese ha già ridotto di oltre il 50 per cento gli investimenti in sede infrastrutturale ed è evidente che qui entriamo in un grande tema: le politiche monetarie dell’Europa. Noi – ha aggiunto l’assessore – abbiamo lavorato su tre direttrici: la prima è stata quella della riduzione della spesa, laddove questa spesa non incideva in modo diretto sugli effetti dei processi della produzione e degli investimenti. Come ci è stato riconosciuto anche dalla Corte dei conti nella relazione di bilancio 2013, nei rendiconti progressivi di questi anni abbiamo operato in una corretta e attenta gestione sulla parte della spesa. Allo stesso modo, ci è stata riconosciuta la validità del sistema del controllo interno che non necessariamente ha una ricaduta sui processi di sviluppo e di produttività. In realtà, il tema, per la Regione Liguria ormai si esaurisce prevalentemente sui processi d’investimento dei fondi europei, perché la capacità d’incidere sui processi d’investimento e sui processi di sviluppo all’interno del sistema economico regionale non passa più attraverso le falcidiate risorse di tipo discrezionale. È chiaro che i tre fondi strutturali, FESR, FSE e Fondo dall’agricoltura hanno al loro interno un sistema di valutazione e di verifica». L’assessore relativamente al Fondo sociale europeo ha spiegato che la Regione opera in riferimento ad una serie di valutazioni legate ad un’analisi dei processi macro economici che riguardano il nostro territorio. «Abbiamo sostenuto con il FESR innovazione e ricerca del distretto quindi si è fatta una politica d’investimento, di ricerca e innovazione». Rossetti ha poi spiegato la politica fiscale della Regione: «Aver tenuto ferme tutte le accise riguardanti l’IRAP da molti anni, che hanno colpito per quanto riguarda l’aliquota regionale solo alcuni settori (credito assicurativo e energetico) e aver esentato l’IRPEF delle famiglie, ora per 30.000, ora per 28.000 euro lordi annui, a contribuente, l’esenzione della quota utile per la Regione, con il fondo sanitario, ha determinato una politica d’impatto sul consumo interno che riguarda circa 60 milioni all’anno di possibilità di spesa da parte dei contribuenti. Rispetto al controllo interno si è già espressa la Corte».
Della Bianca si è dichiarata insoddisfatta della risposta soprattutto in relazione alla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% del totale,  e ha ricordato che le “fughe” di pazienti fuori regione aumentano e i rilievi della Corte dei conti sul bilancio regionale e ha  ribadito l’assenza da parte dell’amministrazione di controlli effettivi.  

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