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“Non come tutti”, la sinistra secondo Giorgio Pagano. “Serve una svolta per la Liguria”

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Intervista di Marco Ursano

LA SPEZIA – Sarà questo pomeriggio a Lerici e questa sera a Sarzana per presentare il suo nuovo libro, “Non come tutti”, edito da Edizioni Cinque Terre, assieme a Sergio Cofferati. Giorgio Pagano, 60 anni compiuti il 18 agosto, non si accontenta del ruolo d’intellettuale (un tempo si sarebbe detto gramscianamente organico) impegnato in un’opera continua d’iniziativa culturale attraverso la sua associazione Mediterraneo, e non rinuncia all’impegno diretto in politica. C’è il sostegno per Cofferati alle primarie del centro sinistra, ma soprattutto l’impegno per la ricostruzione di un nuovo soggetto politico di sinistra che “occupi” il vuoto lasciato dalla svolta ultra liberista renziana. Parlando con Giorgio, leggendo i suoi scritti, i sui libri e i suoi articoli cartacei e on line, si respira sempre un’aria di altezza di elaborazione condita da brillanti spunti di dibattito, merce rara in una discussione politica sempre più avvitata nella polemica livorosa e vuotezza di contenuti.

Giorgio, perché “non come tutti”?

La sinistra ha rinunciato a essere se stessa, per “essere come tutti”. Il mio libro è in polemica con “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo, Premio Strega. La sinistra ha usato sempre di più le parole della destra, si è adattata alle sue idee, al suo modo di governare, ai suoi stili di vita. Dal Pd di Veltroni a quello di Renzi: siamo arrivati a poco a poco al “partito centrale”, con valori e programmi molto simili tra destra e sinistra: neoliberismo, leaderismo, cinismo, devastazione dell’ambiente. E si è entrati in un’emergenza democratica: crisi della democrazia rappresentativa, astensionismo. La politica rinasce se c’è un’alternativa, un conflitto tra destra e sinistra. La democrazia vive di lotte e conflitti, deperisce quando vige l’omologazione. Oggi il punto chiave è l’alternativa all’austerity. Non è vero che non c’è un’alternativa! “Non come tutti” vuol dire esattamente questo. Oggi libertà per me significa innanzitutto battersi contro il conformismo imperante e il pensiero unico neoliberista.

Che significa anche un impegno politico concreto…

Certo. Sono stato per anni un apolide, senza partito. Ho scelto la cultura e la solidarietà per cercare di cambiare dal di fuori, dal sociale, la sinistra. Nel 2011 quasi ci riuscimmo, con la stagione della Fiom, dei referendum, di Pisapia a Milano. Fu allora che aderii a Sel, perché sentivo la necessità di una “virata” del centrosinistra che raccogliesse quella spinta. Altrimenti la speranza del cambiamento avrebbe incontrato l’antipolitica. La svolta non ci fu, Bersani scelse Monti, e le elezioni del 2013 furono una sconfitta. Chi voleva il cambiamento votò Grillo, contro la Casta. Ma Grillo fa una protesta sterile, ha occupato uno spazio e lo ha lasciato vuoto. Di sinistra, quindi, c’è più che mai bisogno. Ma di una sinistra del tutto nuova.

Un progetto di ricostruzione che deve passare attraverso grandi battaglie sociali e politiche, altrimenti sarebbe l’ennesima operazione di ceti politici…

Passa da battaglie come quella che stanno facendo CGIL e UIL per la difesa dello Statuto dei Lavoratori e contro la Legge di stabilità. Dal riportare al centro dell’agenda politica il tema del lavoro. Sei milioni di persone, senza l’articolo 18, non saranno più protette. Otto milioni di persone, soprattutto giovani, sono senza lavoro. Il “partito centrale” toglie i diritti ai primi e promette lavoro ai secondi. Ma una terza parte non viene neppure toccata: sono i possessori di grandi rendite e ricchezze. La sinistra nuova deve non solo difendere le conquiste del passato, ma anche battersi per un reddito per tutti, per diritti per tutti, contro l’avversario vero. La lotta non è tra chi lavora e chi no, o tra vecchi e giovani: ma, in un’Italia sempre più diseguale, tra chi ha e chi non ha.

La politica degli ultimi anni si caratterizza, tra le altre cose, per una deriva leaderistica. Di contro, la figura di un leader capace di dare una spinta in avanti e tenere assieme diverse sensibilità sembra imprescindibile. E l’unico che viene in mente in questa fase è Maurizio Landini..

Serve un sussulto. Dopo le manifestazioni della Cgil -in cui la parola sinistra ha ripreso vita- e la svolta della Leopolda -dove l’idea di stare dalla parte dei più deboli è stata del tutto abbandonata- il panorama è chiaro: ognuno può e deve scegliere. Lo dico a tutte le persone di sinistra, dentro, fuori e oltre i partiti: dobbiamo impegnarci per ricostruire la sinistra italiana e per dare vita a una nuova forza politica. Deve essere un processo partecipato, che nasca dal basso. Ma occorre anche un leader che sia capace di unire forze diverse: Maurizio Landini è la persona giusta. Maurizio ha sempre detto che il suo posto è il sindacato, ma ora dobbiamo dirgli che non basta, e chiedergli tutti un impegno nuovo.

Sul piano regionale, chiaro è il tuo sostegno alla candidatura di Sergio Cofferati. Quanto peserà la situazione di emergenza idrogeologica nel nuovo governo della Liguria? 

Al di là delle responsabilità, che stanno emergendo, della Protezione Civile regionale, l’amara verità è evidente a tutti: la classe dirigente genovese e ligure non ha considerato il contrasto al dissesto idrogeologico come “la” priorità. A esso destina ben poco rispetto alle “Grandi opere”. Ha marciato per il Terzo Valico, ma non per la manutenzione del territorio e per lo scolmatore del Bisagno. Così Genova non uscirà mai dal fango che la sommerge di continuo.  Lo scaricabarile sul sindaco Sansa o sul Tar offende i cittadini e il buonsenso. Serve una svolta netta ed esplicita. Le elezioni regionali? La sinistra deve lanciare un programma di svolta rispetto a un modello di sviluppo, a un modo di governare e a un sistema di potere che scompagina e altera l’ordine delle priorità. La sinistra esiste solo se fa una grande politica, se ha un grande progetto, non se vivacchia. Sergio Cofferati è la persona giusta per una nuova stagione per la Liguria.

Marco Ursano

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