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Regione Liguria: Documento di programmazione economico-finanziaria 2015-2017

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Relazione del Presidente della Giunta Claudio Burlando. Legge finanziaria, legge collegata e legge di bilancio 2015

GENOVA – La presentazione del bilancio 2015 è come sempre un’occasione per un consuntivo e, al tempo stesso, per indicare una prospettiva per il futuro della nostra regione.  Tuttavia questa volta – per me l’ultima opportunità di confronto con il Consiglio con un tale rilievo istituzionale – credo doveroso spingere lo sguardo, sia pure sinteticamente, all’intero decennio che abbiamo alle spalle. Non per dilungarmi in un resoconto, ma per cogliere i passaggi decisivi di un esteso periodo di governo, soprattutto con l’obiettivo di indicare la strada per superare una fase molto difficile. Siamo infatti tuttora immersi in una crisi lunghissima, la più grave del dopoguerra nel nostro paese e nell’intero mondo occidentale, e tutti ci interroghiamo sulla direzione di un cambiamento necessario.
Un interrogativo che sarà al centro del dibattito tra le forze politiche presenti in quest’aula. E anche di quelle che si affacciano per la prima volta sullo scenario regionale.
Saranno gli elettori a decidere la futura configurazione di questa Assemblea, ma è presumibile che siano presenti anche attori diversi. Certamente si aprirà per la Liguria una nuova stagione, con una nuova leadership.
Questo decennio, a esclusione dei primi due anni, è largamente coinciso con la crisi, mentre oggi non è ancora chiaro quando sarà possibile lasciarsela alle spalle. E non si può dimenticare che anche prima dell’esplosione della bolla dei mutui “subprime” negli USA, poi deflagrata in modo ancora più grave in Europa e in altre parti del mondo, l’Italia soffriva già da troppo tempo di una maggiore difficoltà, fatta di bassa crescita, di scarsa competitività e di un debito pubblico altissimo.  Il nostro paese è rimasto in questa condizione di “sorvegliato speciale” in tutti questi anni, nonostante la dimensione e l’importanza della sua economia e della sua storia nel contesto continentale e globale.
 
La crisi, l’Europa, il mondo
Credo però che la rappresentazione della dialettica tra un Nord Europa forte, competitivo e sicuramente votato allo sviluppo, e un Sud Mediterraneo attardato, “sprecone”, ripiegato su un eterno presente fatto di inadeguatezza, di vantaggi corporativi e disattenzione al futuro delle nuove generazioni, abbia fatto ormai il suo tempo.
Un primo segnale rivelatore è stata la fiducia conquistata in pochi mesi da un giovane premier italiano, che pur sostenendo posizioni filo-europee, non demagogiche, e da un ruolo di governo, ha ottenuto il miglior risultato elettorale in Europa.
Cade il velo sulla debolezza dei soggetti considerati più forti nel momento in cui Angela Merkel critica, mettendole sullo stesso piano, l’Italia e la Francia, facendo così venir meno il tradizione asse franco-tedesco quale architrave della costruzione europea. Proprio nel momento in cui sembra azzerarsi la crescita, oltre che in Francia, anche nella stessa potente e ricca Germania.
La verità è che il nucleo della crisi sta altrove. L’Occidente ha reagito in due modi assai diversi. L’America di Obama ha scommesso su politiche espansive, ha colto pragmaticamente occasioni come quella di affidare proprio a un’azienda italiana il salvataggio e il rilancio di un colosso come Chrysler. L’Europa a egemonia tedesca si è bloccata nel rigore dell’austerità. Oggi conosce anche una grave contrapposizione con la Russia, che se pure motivata dalla crisi in Ucraina, rischia di aggravare specularmente l’economia europea e quella russa: una spirale di cui non si vede ancora la possibile composizione costruttiva.
Il punto è che l’Occidente nel suo complesso stenta ancora a capire quanto la crisi abbia completamente mutato gli equilibri mondiali. La globalizzazione è stata spinta proprio dall’Occidente in una logica non sufficientemente diversa dai vecchi retaggi coloniali e post-coloniali.  Con l’idea di continuare a avvantaggiarsi della propria potenza finanziaria, tecnologica e produttiva grazie alla penetrazione in nuovi mercati e allo sfruttamento di vaste aree di manodopera a basso costo.  Tenendo per sé tutto il valore aggiunto e l’intelligenza scientifica.
Ma i paesi degli “altri mondi” si sono impadroniti orgogliosamente delle logiche capitalistiche, della finanza, delle tecnologie industriali, e anche ripetendo gli stessi errori – basti pensare al dramma dell’inquinamento in Cina – hanno conquistato nuovi ruoli, che hanno sepolto uno scenario di potere asimmetrico nel mondo durato per secoli. Questo vale per la Cina e l’India e altre potenze asiatiche che si aggiungono al Giappone, per la Russia – anche se ora è in difficoltà, dopo aver sfruttato spregiudicatamente la propria potenza energetica – e vale per l’America Latina.  Potrebbe valere anche – nonostante tante gravissime crisi e contraddizioni interne – per il continente africano, dove molte nazioni aspirano a un nuovo sviluppo, e dove l’influenza della Cina è stata molto più forte e lungimirante di quella – che avrebbe dovuto essere “naturale” – dell’Europa.  Quest’ultima è apparsa divisa e debole nell’affrontare il problema della gestione dei flussi di migranti e di profughi che attraversano il Mediterraneo, e pressoché assente nella costruzione di politiche espansive per quei paesi, lasciando mano libera alla politica estera cinese.
Ma persino una leadership che è stata forte come quella di Obama – che oggi pone coraggiosamente il tema della regolarizzazione nel suo paese di milioni di immigrati per lo più latini – appare inadeguata a interpretare e fronteggiare questo mutamento globale. Anche nel rapporto con le nuove realtà dell’America Latina sembrano pesare di più i retaggi di un passato difficile – si pensi al Cile – piuttosto che nuove e avanzate forme di collaborazione.
Alla fine di una lunga esperienza politica e amministrativa che mi ha anche portato a contatto con molte di queste realtà internazionali, sono certo che il futuro sia nelle mani di quanti sapranno leggere la complessità di questi processi, e non di chi cerca di capitalizzare un consenso di breve respiro puntando sulla paura e sulle reazioni di chiusura.
Del resto la veloce parabola discendente del Movimento 5 Stelle e di Beppe Grillo – respinto nella sua stessa città quando ha cercato di strumentalizzare un giustificatissimo disagio nell’emergenza dell’alluvione – dimostrano la mancanza di prospettiva delle scelte demagogiche e populiste. E questo può essere un insegnamento anche per l’emergente Lega di Salvini, che tuttavia sembra vedere con maggiore chiarezza i legittimi interessi del territorio. Ma se prevarranno solo le trincee localiste e identitarie sarà difficile mantenere il rapporto con un mondo che va da tutt’altra parte.
Certo dobbiamo dismettere l’ottica di chi per tanti secoli è stato il dominatore, e disporci a nuove ragioni di scambio e di interesse, sul piano economico e su quello delle culture e della civiltà.
 
Tre fasi nella storia recente della Liguria
E’ a partire da questi grandi cambiamenti che va collocata una valutazione equilibrata e obiettiva della storia recente della Liguria e della sua attuale collocazione, al di là delle forzature di stampo elettorale e propagandistico che si possono manifestare ora, certo del tutto legittimamente, sia nel campo del centrosinistra sia nelle altre aree politiche.
Se si vuole comprendere il presente della nostra regione e guardare al suo futuro bisogna distinguere tre fasi diverse nella sua storia recente.
La prima riguarda il grande processo di deindustrializzazione verificatosi tra gli anni ’70 e i primi anni ’90. E’ a quel momento che risale l’indebolimento della Liguria rispetto al contesto economico del Nord Ovest, dopo essere stata perno decisivo del “triangolo industriale” con Torino e Milano. La perdita di gran parte della grande industria manifatturiera è stata più forte per noi, ed è stata accompagnata dalla grave crisi del porto di Genova, bloccato da lunghi conflitti sociali e dalla scarsa produttività. La risalita è stata difficile e lenta anche per le condizioni obiettive di questo territorio e della sua storia: mancanza di spazi per le piccole e medie imprese, debolezza del terziario, invecchiamento della popolazione.
Una seconda fase inizia nella seconda metà degli anni ’90 e prosegue con una costante ripresa, e con tutti gli indicatori economici – occupazione, investimenti, export, traffici portuali – in ascesa, fino alla crisi internazionale nel 2008. E’ un periodo in cui al governo della regione si succedono amministrazioni di segno diverso, che accompagnano questo recupero nei confronti delle altre aree forti del Nord del paese.
Nel 2005 noi intercettiamo questo trend positivo: la Liguria segna due anni dopo, nel 2007, la crescita del Pil più alta del paese.  Subito dopo arrivano gli effetti – del tutto esogeni – della crisi internazionale, che ci colpiscono duramente anche per la maggiore debolezza relativa rispetto alle altre aree del Nord.
La terza fase si apre allora ed è quella che stiamo ancora vivendo. Abbiamo cercato di reagire alla crisi da un lato rilanciando e affinando quella strategia basata su un diverso mix della offerta ligure – industria, nuove tecnologie e ricerca, portualità efficiente, turismo di qualità – già avviata negli anni della ripresa, dall’altro resistendo tenacemente nella difesa del patrimonio industriale rimasto e a più riprese minacciato di ulteriori riduzioni.
Nello specifico, per quanto riguarda la portualità, il turismo e l’industria, richiamiamo le principali le linee di intervento.

I porti – E’ stata proseguita con decisione la politica di investimento e rilancio, con un programma vasto di infrastrutture nei porti e a servizio dei porti e con la definizione di accordi importanti per il miglior impiego, la tutela e la produttività del lavoro portuale.  Genova, nonostante la crisi, ha raggiunto e conferma anche oggi record storici nel traffico di container. Ugualmente buona la performance della Spezia. Il dato più eclatante è che a fronte di un vistoso calo dei consumi interni, e quindi dell’import, è aumentato, più che compensando le perdite, l’export. Segno che la capacità produttiva italiana mantiene alti standard qualitativi che trovano sbocchi nei mercati, soprattutto asiatici, in crescita. Qualche difficoltà si è registrata per lo scalo savonese. Ma qui si è anche verificato l’exploit delle crociere, con il recente ampliamento del terminal dedicato, mentre procedono i lavori per la realizzazione della piattaforma container a Vado, che vede l’impegno della Maersk, il più importante operatore logistico globale. Un punto di forza ben proiettato oltre la crisi.

Il turismo – Si è affinata ulteriormente un’offerta turistica di qualità, che accanto alla tradizionale attrattività delle nostre coste ha saputo valorizzare il patrimonio artistico, culturale, paesistico e enogastronomico dei territori e delle città liguri, anche nell’entroterra.  Il caso di Genova – dal progetto Piano nel Porto Antico, al 2004 della Capitale europea della cultura – ha fatto scuola e si è ancora arricchito. Così come ha proposto un modello il parco delle Cinque Terre. A ponente è stata realizzata la pista ciclabile, un unicum a livello europeo, e si è affermato con forza il turismo dell’outdoor. E anche qui i risultati si vedono: se è calato a causa della crisi l’afflusso nazionale, il turismo straniero ha continuato a aumentare. In Liguria si registrano percentuali del 40 per cento sul totale. Nelle Cinque Terre gli stranieri superano già la metà.

L’industria – A sei anni dall’esplosione della crisi, e dopo tanto impegno in quest’aula e tante vertenze affrontate con i lavoratori e i loro rappresentanti, possiamo dire che – pur con organici spesso ridotti – nessuna grande realtà produttiva fino a oggi è stata perduta. Eppure i rischi, anche gravi, non sono mancati. Penso a Fincantieri, Ansaldo Energia, Ilva, Piaggio, ai lavoratori esposti all’amianto. Le risposte positive sono state anche il frutto di un protagonismo del nostro lavoro.
Naturalmente non tutte queste vertenze sono concluse. Seguiamo con grande attenzione gli sviluppi della vicenda Ilva. Tuttora in bilico tra la prospettiva di un nuovo investitore privato e quella di una gestione pubblica. Non sarebbe accettabile una soluzione in cui il privato entrasse solo per curarsi dei profitti o per acquisire quote di mercato, e se venissero scaricati sullo stato gli alti costi per la riambientalizzazione e sui lavoratori le conseguenze di un radicale processo di ristrutturazione. Altre situazioni delicate riguardano Tirreno Power, Agnesi, Esaote, e ci vedono impegnati ancora in questi giorni.
Un segnale molto positivo per la valorizzazione e il rilancio di competenze industriali consolidate a Genova e in Liguria è stata l’acquisizione del lavoro per la demolizione della Costa Concordia.
Altri due fenomeni incoraggianti sono l’interesse crescente di gruppi stranieri per investimenti nella nostra regione e la evoluzione di eccellenze nella ricerca e nell’innovazione tecnologica.
La prima tendenza si era già manifestata in passato nel settore dello shipping, con la venuta di PSA per la gestione del porto di Prà-Voltri e con l’acquisto di Costa da parte di Carnival. Poi con il ruolo di Contship alla Spezia e il più recente interesse di Maersk a Savona-Vado. Ma anche il settore manifatturiero è stato arricchito dalla presenza di Ericsson, Siemens, Bombardier, ABB, Toshiba, di capitali arabi in Piaggio e cinesi in Ansaldo Energia.
La seconda tendenza – strettamente connessa all’alta qualità di questa struttura industriale – riguarda il consolidamento in Liguria di capacità nella ricerca e nell’innovazione tecnologica che costituiscono la leva fondamentale per ogni ipotesi di sviluppo futuro. E penso naturalmente all’IIT, che la Regione ha attratto con un investimento di 12 milioni di euro: oggi si espande ulteriormente sia a Morego sia agli Erzelli, dove pensiamo possano lavorare altri 300 ricercatori soprattutto nel campo della riabilitazione robotica.  Supereranno così il migliaio i giovani scienziati che provengono da tutto il mondo non più solo a Morego ma anche agli Erzelli, costituendo una componente scientifica del Parco accanto alle realtà tecnologiche già rappresentate da Siemens e Ericsson, che speriamo possano essere presto affiancate da Esaote.
Ormai è a tutti chiaro il ruolo strategico che l’IIT ha assunto nel panorama scientifico nazionale, così come sono note le posizioni elevatissime raggiunte nelle classifiche mondiali in tutti i settori in cui l’istituto è impegnato. L’ITT può essere un fattore decisivo di competitività del paese in un rapporto sempre più stretto tra attività di ricerca e settori tecnologici avanzati, ed è fondamentale che il ruolo genovese dell’istituto possa diventare sempre più forte con un secondo polo nel ponente della città. A questa crescita la Regione intende dedicare molta attenzione anche destinandovi risorse da troppo tempo non utilizzate e che la comunità ligure rischia di perdere.
Ricerca, Università, istruzione e formazione sono da tutti indicati come i campi decisivi in cui investire se vogliamo uscire dalla crisi facendo leva sulle qualità e la forza del nostro paese. In particolare su istruzione e formazione professionale la Regione ha competenze molto rilevanti e gestisce le risorse del Fondo sociale europeo. Il riordino delle competenze in questa materia, che può vedere un accresciuto ruolo di gestione diretta da parte della Regione, è forse l’elemento più significativo della riforma che riguarda il nuovo sistema istituzionale cui stiamo lavorando.
A questo proposito desidero qui ribadire con forza che lavoreremo fino all’ultimo giorno utile per garantire la continuità di reddito a tutti i lavoratori delle Province, compresi i precari, affinché non siano vittime incolpevoli di una pur necessaria semplificazione istituzionale.
In conclusione mi pare che si possa dire che la Liguria, nonostante i gravi colpi di una crisi che ha aggredito soprattutto l’occupazione, i redditi, la condizione di vita dei ceti più deboli, ha mantenuto sostanzialmente integro il patrimonio costituito dalla portualità, dall’industria a tecnologia avanzata, dalla ricerca e dalla capacità di offerta turistica. Sono le leve su cui anche nel futuro si potrà agire per una nuova qualità dello sviluppo. Sono tutte attività legate alla capacità di connetterci con i processi globali di cui ho parlato all’inizio. Ed è altrettanto chiaro che non potremo mai “fare da soli”, ma che le prospettive di successo dipendono dalla capacità dell’intero paese e dell’Europa di rilanciarsi in questa prospettiva.
L’immagine che dell’Italia ha fornito nelle settimane scorse il Censis è quella di un paese dove non mancano le risorse nelle casse delle imprese e anche in quelle di un largo strato di famiglie. Ma si tratta di un “capitale inagito”, bloccato dalla paura provocata dalla crisi e dalla incapacità politica e amministrativa di “fare sistema”. Per questo è importante l’azione del governo tesa a allargare stabilmente i consumi, grazie a una maggiore disponibilità di 10 miliardi ogni anno per le fasce di reddito medio basse. Così come è importante una politica di riduzione della pressione fiscale a favore delle imprese, in particolare per le tasse che gravano sul lavoro.
Due misure coerenti per rilanciare l’economia, che comportano per tutti, anche per noi, ulteriore rigore nella spesa pubblica.
 
I servizi pubblici regionali
La Regione intende accompagnare un necessario processo di riqualificazione dei principali servizi pubblici, superando diversi punti di debolezza.
Per quanto riguarda il Trasporto Pubblico Locale (TPL) siamo intervenuti creando una agenzia che presto promuoverà la gara per la gestione del servizio su un bacino unico regionale, secondo le decisioni assunte da questo Consiglio. Sono poi in corso le procedure di evidenza pubblica per l’acquisto di un primo lotto di mezzi pubblici cui ne seguirà presto un secondo grazie a ulteriori risorse messe a disposizione con la recente riprogrammazione dei fondi di sviluppo e coesione (FSC ex FAS). Proponiamo inoltre al Consiglio di approvare una norma tesa a istituire un fondo per incentivare gli esodi del personale delle aziende liguri. Investiamo sul rinnovo del parco mezzi in gran parte obsoleto e su una organizzazione del lavoro più efficiente affinché le attuali aziende, magari in associazione temporanea di imprese (ATI), possano essere protagoniste dell’imminente gara per il servizio e non spettatrici passive di una competizione tra altri soggetti.
Analogamente i provvedimenti relativi al Ciclo dei rifiuti sollecitano una modernizzazione del sistema implementando finalmente la raccolta differenziata e destinano fondi europei alla realizzazione di biodigestori, per trattare l’umido e produrre bio-gas.
Risorse importanti sono state messe a disposizione del Ciclo della acque che però fino a oggi sono state utilizzate in misura insufficiente, fatto assai negativo tanto più in una regione turistica come la nostra.  Siamo impegnati a rimediare individuando soluzioni diverse da quelle prospettate, anche per evitare gli effetti dell’infrazione europea.
Tuttavia sono in corso o concluse opere importanti, che richiamo brevemente: nuovi impianti di depurazione sono operativi a Imperia e a S. Margherita, sono in corso di realizzazione a Recco, Arenzano e Levanto. Si sono individuati i siti e possono partire le gare d’appalto per l’impianto di Cornigliano e per quello di Rapallo.  Sono ora a disposizione le risorse necessarie per collegare l’area di Albenga a Borghetto S. Spirito e il Dianese e la zona di Andora a Imperia.
 
La sanità e i servizi sociali
Naturalmente l’impegno e la sfida maggiore per la Regione, che ha qui compiti diretti di gestione attraverso le aziende sanitarie e ospedaliere e che vi investe la parte più grande delle proprie risorse, è quello della salute. Un compito difficilissimo anche per la particolare composizione della popolazione ligure, con una presenza di anziani che è tra le più alte al mondo. E un terreno di ardua battaglia politica e di elaborazione culturale e scientifica.
La Liguria era un delle regioni criticate – come altre – per un quadro delle strutture ospedaliere troppo frammentato. Con un numero medio di posti letto eccessivamente basso e un numero di strutture troppo elevato. Quando iniziò il nostro lavoro nel 2005 gli ospedali per acuti erano 27. Sono poi scesi a 26 con l’accorpamento amministrativo tra il S. Martino e l’IST, e a 19 grazie al superamento di 7 strutture per acuti. Si tratta degli ospedali di Levanto, del Celesia a Rivarolo, dell’Evangelico a Castelletto, di Busalla, Recco, Arenzano e del vecchio Felettino, che proprio tra poche settimane farà posto al cantiere per il nuovo nosocomio spezzino.
Il processo di razionalizzazione dunque è pienamente avviato. Di questi 19 ospedali due, ad Albenga e Rapallo, sono completamente nuovi, mentre è in gara il nuovo ospedale della Spezia. La Regione inoltre ha da tempo messo a disposizione del Galliera la sua quota di cofinanziamento (53 milioni di euro) per la costruzione della nuova struttura. Infine stiamo definendo accordi con i Comuni interessati per la localizzazione dei nuovi ospedali nel Ponente genovese e a Taggia per la provincia di Imperia, ai quali sarà ora possibile destinare risorse provenienti dagli investimenti nazionali per la sanità e dai fondi FSC 2014-20.
Con le operazioni del Ponente genovese e dell’Imperiese è possibile traguardare da qui ai prossimi 10 anni l’obiettivo di 15 strutture ospedaliere per acuti, a fronte delle 27 di soli 10 anni fa.
Nel frattempo molti ospedali storici hanno già conosciuto notevoli interventi migliorativi, mentre sono programmate ulteriori e significative ristrutturazioni per i nosocomi di S. Martino e di S. Corona.
Un programma così vasto di riduzione dei plessi ospedalieri e il rigoroso rispetto dell’obiettivo del 3 per mille dei posti letto per acuti è stato possibile solo perché contemporaneamente l’attenzione è stata spostata e concentrata sulla realizzazione di nuovi servizi territoriali, vicini ai cittadini.
Dopo la Casa della Salute della Fiumara, realizzata dalla amministrazione Biasotti, si è avviato un vasto programma di nuove piastre ambulatoriali.
Solo facendo riferimento agli interventi più grandi, a Genova sono state aperte nuove strutture a Struppa (Doria), a Sestri Ponente (Manifattura Tabacchi) e a Prà (Villa De Mari), sono  in corso i lavori per quella di Pegli (Martinez) e sono state finanziate le Case della Salute di Voltri (Coproma), ormai prossima alla gara, di Quarto (ex Ospedale psichiatrico) e di Teglia (Mira Lanza).
Nello spezzino sono aperte le nuove strutture di Sarzana (vecchio S. Bartolomeo) e, nel capoluogo, a Bragarina e nell’ex Ospedale militare, mentre è finanziata e pronta all’avvio quella di via XXIV Maggio.
Nell’imperiese sono in corso i lavori per le due nuove strutture di Sanremo (Baragallo e Palafiori) e per quella di Porto Maurizio nel capoluogo, mentre è finanziata la struttura di Bordighera.
Nel Tigullio i servizi ambulatoriali sono garantiti dalle strutture ospedaliere, ben tre, esistenti sulla costa, mentre sono stati realizzati servizi di dimensioni minori in alcune aree dell’interno, a Cicagna, Borzonasca, Rezzoaglio.
Anche nel Savonese le 4 strutture ospedaliere garantiscono servizi  ambulatoriali e va ricordato in questa parte della regione il positivo ruolo garantito dalle associazioni dei medici di famiglia con ambulatori aperti anche nei festivi e per molte ore al giorno.
Se si considera infine che attualmente offrono prestazioni ambulatoriali anche le strutture ex ospedaliere, siamo di fronte a un programma molto ambizioso, con quasi una trentina di nuove sedi destinate ai servizi territoriali. E’ di tutta evidenza che con il progredire di questo programma il problema sarà sempre meno costituito dalla necessità di interventi edilizi, mentre sarà sempre più importante il tema delle risorse per il personale e per la qualità dei servizi.
La Liguria, com’è noto, è stata l’unica regione tra quelle costrette alla procedura dei “piani di rientro” per lo squilibrio dei conti della sanità a concludere positivamente il percorso di risanamento. E questo risultato si è raggiunto nonostante la progressiva diminuzione delle risorse disponibili.
Sono innegabili i risultati ottenuti in termini di riordino delle strutture e di risanamento finanziario. Tanto più se si considera che il riequilibrio dei conti è stato accompagnato da una progressiva diminuzione della pressione fiscale che risulta tra le più basse d’Italia.
Ovviamente il mantenimento di elevati standard di servizio è sempre più difficile in un quadro di finanza pubblica sempre più complesso. Ci vengono mosse critiche anche giuste sulla liste di attesa e sulle fughe, che riportano l’attenzione sul tema del rapporto tra una sanità ligure orgogliosamente pubblica e i possibili apporti di realtà private. Consideriamo il caso di Albenga un esempio positivo di collaborazione tra pubblico e privato, che ha consentito un primo e importante recupero di fughe nel campo dell’ortopedia. L’Assemblea – in questi giorni e nel prossimo mandato – sarà chiamata a decidere su possibili ulteriori sviluppi di un rapporto costruttivo in questa direzione.
Infine vorrei sottolineare che l’enorme incidenza della spesa sanitaria sul complesso della spesa regionale fa ricadere quasi sempre su questo comparto le richieste di compressione della spesa rivolte al sistema regionale. Non possiamo dimenticare però che la spesa complessiva per la salute in Italia non è affatto maggiore della media europea, mentre la speranza di vita nel nostro paese, e anche in Liguria, è significativamente più alta. Voglio dire che partiamo da una realtà che deve essere certamente migliorata e ulteriormente razionalizzata, ma che va anche preservata e non destrutturata.
Va ricordato che insieme al lavoro per difendere la sanità pubblica e nonostante una progressiva diminuzione delle risorse disponibili anche in questo delicato settore, si è mantenuto un significativo livello nell’offerta di servizi sociali, soprattutto grazie alla collaborazione costante con i Comuni, attraverso la rete  dei distretti sociosanitari.
 
Il dissesto idrogeologico, il clima, le opere finanziate
E vengo, avviandomi alla conclusione, al tema che più ci ha angosciati in questi mesi e che più ha alimentato il dibattito pubblico sulla Liguria, anche con acute polemiche.  Parlo degli eventi atmosferici che hanno causato tanti danni e nuove vittime, seguiti al ripetersi di simili fenomeni, in particolare nel 2010 e negli anni successivi.
Sono momenti in cui del tutto comprensibilmente emergono le critiche e si denunciano duramente le responsabilità di chi governa, ma anche si esprime una grande generosità e uno spirito di solidarietà che viene soprattutto dai giovani – spesso ingiustamente dipinti come apatici – ma non solo dai giovani. Sono i segnali che ci restituiscono speranza per la capacità di questo paese di risollevarsi.
Non sono mancate però, anche nell’ambito del centrosinistra e del mio stesso partito, posizioni che considero francamente strumentali.
Ribadirò qui un punto di vista che ho già espresso in altre occasioni. Le cause di questi eventi e delle loro conseguenze così gravi e dolorose sono molteplici, e mi sembra onesto osservare che non tutte le possibili soluzioni sono nelle nostre mani.
E’ evidente che siamo di fronte a cambiamenti climatici che dipendono dal riscaldamento del pianeta. Nel Mar Ligure sono comparse alghe tossiche e i barracuda, specie tropicali, come ormai sembrano essere le piogge. Certamente in Liguria questi mutamenti hanno impatto maggiore per l’orografia fatta di colline scoscese verso il mare, e un ambiente così delicato, che per un millennio ha retto grazie alle fasce coltivate, i muretti a secco, un sistema di regolazione delle acque mantenuto dalla cura e dalla sapienza contadina.
Dei cambiamenti del clima si discute ormai da decenni, dalla conferenza di Rio, e va anche detto che pur tra tanti colpevoli ritardi qualche primo risultato si vede. E’ accaduto recentemente, anche per la diminuzione della domanda indotta dalla crisi, che per qualche giornata in Italia il consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili abbia superato quella derivante da combustibili fossili. Certo il nostro paese è arrivato tardi e male a questa riconversione, e con costi altissimi sulle bollette pagate dai cittadini e dalle imprese. Ma qualcosa di rilevante è stato fatto, e anche in Liguria abbiamo dato un contributo per estendere il fotovoltaico, l’eolico, l’idroelettrico e le biomasse.
Una grande quantità di danni molto diffusi e molto gravi si è prodotto nell’entroterra in zone poco o per nulla edificate. L’equilibrio millenario del territorio ligure è stato sconvolto negli anni dell’industrializzazione e della conseguente crescita urbana. Le colline e le campagne si sono spopolate e sono rimaste abbandonate perché i contadini sono venuti a lavorare nelle fabbriche e a vivere sulla costa e nei centri urbani. Salvo poi aver constatato in epoca più recente che le attività manifatturiere se ne sono in buona parte andate a cercare mano d’opera a più basso costo in altre parti del mondo.
Per invertire fenomeni di questo genere è chiaro che non bastano le scelte regionali. Noi comunque abbiamo destinato finanziamenti consistenti al mantenimento dei muretti a secco, abbiamo aperto una “banca della terra” per favorire il ritorno alla cura del territorio, abbiamo assegnato le foreste regionali a soggetti in grado di riattivare la filiera del bosco.
Per sostenere un rilancio dell’economia agricola si è puntato alla tutela e alla promozione dei prodotti locali, dal pesto – un’idea giusta di Biasotti – e quindi al basilico, ai presìdi di Slow Food, al recente riconoscimento della focaccia di Recco. Non si tratta di suggestioni romantiche. L’agroalimentare può essere un asset fondamentale per il rilancio del paese, e trovare radici anche in una regione dall’orografia difficile come la nostra. Nella piana di Albenga – anch’essa pesantemente colpita – accanto alle tradizionali produzioni della floricoltura stanno crescendo altre colture destinate al settore alimentare, a cominciare proprio dal basilico. Guardiamo anche a esperienze come quella del cuneese per gli allevamenti e la produzione di carni: sulle nostre colline gli alpeggi potrebbero avvantaggiarsi di periodi più lunghi in ragione del clima. Questo processo dunque lo abbiamo avviato, scommettiamo che possa essere sostenuto anche da più coraggiose scelte nazionali per rilanciare nel mondo l’agricoltura e l’agroalimentare italiani.
Ma è anche giusto osservare e sapere, per tornare solo un momento al problema climatico, che in diverse aree della nostra regione sono stati travolti dalla furia delle acque anche fasce e uliveti perfettamente coltivati e mantenuti a regola d’arte.
Con questo non voglio certamente negare che in Liguria, come in moltissime altre aree del paese, ci sia stato – soprattutto per la verità in un passato non recentissimo – un uso speculativo del territorio. Sia negli anni della crescita urbana legata all’industrializzazione e al boom economico, sia per una politica delle seconde case lungo la costa che ha eroso troppa parte dell’ambiente naturale.
Oggi peraltro assistiamo a fenomeni di segno totalmente diverso: gli stranieri che vanno a comprare e ristrutturare nei paesini dell’entroterra piuttosto che lungo la costa.  A Dolcedo le insegne dei negozi sono in italiano e in tedesco…
Voglio però porre un interrogativo che considero fondamentale: il territorio va sicuramente tutelato, ma che cosa vuol dire “consumo zero”?
A Villanova d’Albenga è stato costruito un nuovo stabilimento della Piaggio su un terreno vergine, vicino all’aeroporto. Ma difendiamo quell’operazione che ha mantenuto un’azienda avanzata nella nostra regione e ha permesso di difendere l’occupazione. Anche il Terzo Valico consuma una parte di territorio, ma noi lo consideriamo indispensabile al futuro della portualità ligure. E gli stessi porti – basti pensare all’espansione dello scalo genovese a Prà-Voltri – certamente consumano porzioni di mare e impongono complessi rapporti con l’abitato urbano. Ma possiamo immaginare di rinunciarci, oppure dobbiamo favorire operazioni intelligenti di compatibilizzazione, come sempre a Genova è avvenuto e avverrà grazie anche alle intuizioni progettuali di Renzo Piano?
Certo non bisogna consumare territorio e risorse ambientali in modo controproducente. E’ stato giusto a un certo punto dire – come abbiamo fatto – alt a una ulteriore espansione dei porticcioli turistici (bloccando per esempio quello di Savona – Albissola, non senza dissensi anche da parte di chi ora ci critica). Così come è giusto dire dei “no” a un inutile consumo di territorio per altre seconde case in riviera. Mentre all’interno del più complessivo e articolato lavoro sull’edilizia pubblica e sociale, hanno riscosso molto successo i bandi per la riqualificazione urbana – specie nell’entroterra – che comprendono il recupero di alloggi utili a soddisfare una domanda pubblica e a consentire una tenuta abitativa nelle zone interne.
Ma se parliamo delle infrastrutture vitali per le attività portuali o degli insediamenti di attività industriali preziose per l’economia regionale e per l’occupazione, allora è giusto dire dei “sì”.
Del resto è stata la cifra di questa amministrazione dire dei sì e dei no, secondo scelte che sono sempre state apertamente motivate.
Da questo punto di vista mi rammarico che sia stata utilizzata l’alluvione come strumento di polemica, non solo da parte dell’opposizione, ma anche all’interno della maggioranza. Perché un conto è che la politica nel suo insieme faccia autocritica per non essere stata in grado di cogliere per tempo la priorità della emergenza idrogeologica del paese. Ben diverso è disconoscere completamente che questa amministrazione abbia deciso la messa in salvaguardia delle aree alluvionali, e bloccato una ulteriore espansione dei porticcioli.
Ma nelle ultime settimane si è visto che la realtà ha la testa dura. Un governo che guarda al futuro si è finalmente dotato di una struttura di missione denominata Italia Sicura, che ha convocato a Palazzo Chigi le Regioni per valutare le mappe di rischio e registrare i progetti già consegnati. Ed è emersa una serie abbastanza impressionante di Regioni che alla voce “opere pronte a partire” hanno la cifra zero, mentre la nostra tabella, grazie al lavoro svolto anche dalle varie amministrazioni locali, indica un elenco assai nutrito di progetti che possono essere attuati.
Questo ha consentito alla Liguria di vedersi assegnato quasi il 40 per cento (379 milioni) dell’importo per il primo stralcio, relativo alle aree metropolitane, del piano nazionale contro il dissesto idrogeologico. Queste risorse saranno utilizzate per completare interventi fondamentali nel capoluogo (Bisagno, Fereggiano, Chiaravagna, Sturla, ecc.) ma anche per avviare opere importanti a S. Margherita, Chiavari, Rapallo e Lavagna.
Questo successo dimostra che qui l’attenzione c’era da tempo, proprio per i molti danni subiti in passato. Il fatto è che siamo passati in pochi mesi dalla assurda vicenda di lavori essenziali alla foce del Bisagno bloccati per anni, a un impegno serio del governo, che ha riconosciuto l’urgenza e la fattibilità dei nostri progetti. E ora passiamo all’azione per realizzarli.
Ma vorrei qui puntualizzare un altro aspetto che è stato oggetto di polemiche a mio modo di vedere fuorvianti.
Abbiamo approvato in Giunta i provvedimenti per passare alla realizzazione delle opere per la salvaguardia del territorio finanziate con i 379 milioni da Italia sicura, che si aggiungono a altri interventi molto rilevanti per la messa in sicurezza dei torrenti, noti a questo Consiglio.
Ma abbiamo anche approvato nuovi provvedimenti per finanziare altri piccoli interventi in molti Comuni liguri, soprattutto di minori dimensioni, e anche per aiutare l’associazionismo diffuso. Trovo del tutto sbagliato alimentare la contrapposizione tra le grandi scelte che assorbono la quasi totalità delle risorse disponibili, e i piccoli interventi diffusi sul territorio, specialmente nell’entroterra, indispensabili per la coesione sociale e territoriale di una regione piccola ma articolata come la nostra.
A questo proposito siamo rimasti molto colpiti dal grande interesse che hanno riscosso i bandi per gli investimenti nell’impiantistica sportiva: sono stati costruiti molti impianti nuovi e si sono avviate ristrutturazioni importanti per riattivare un patrimonio che rischiava di essere abbandonato al degrado.
Così come hanno avuto una risposta enorme i bandi per il recupero dei beni culturali: sono stati finanziati un centinaio di interventi su castelli, teatri, ville, musei, siti archeologici. Una dimostrazione della ricchezza storica e architettonica della nostra regione e dell’interesse diffuso a recuperare e salvaguardare questo patrimonio.
Ma tornando all’emergenza aperta dalle alluvioni, concludo ricordando che da qualche giorno abbiamo cominciato a erogare gli indennizzi alle imprese per i danni subiti. Sono interessate migliaia di aziende, che riceveranno circa 50 milioni di euro: un aiuto consistente, realizzato facendo ricorso solo a risorse regionali. Grazie a una nuova direttiva europea, meno rigida delle precedenti, abbiamo effettuato i primi versamenti a due settimane dalla chiusura dei termini per le domande relative al primo bando. Il lavoro proseguirà con altri due bandi e prevediamo di indennizzare tutte le imprese interessate entro marzo.
I Comuni e le Province hanno attivato centinaia di interventi di somma urgenza che saranno coperti in buona parte dai finanziamenti nazionali relativi alle dichiarazioni di emergenza, e da risorse regionali. Ci auguriamo che possano essere sollecitamente trasformati in norme attuative gli impegni assunti dal sottosegretario Delrio per lo sblocco del patto di stabilità per questi interventi.
Abbiamo destinato prime risorse regionali, certamente insufficienti, anche alle famiglie e siamo impegnati col governo e col Parlamento a mettere a disposizione fondi più consistenti in particolare per chi ha perso o ha avuto danneggiata in modo grave la propria abitazione.
 
Trasparenza, moralità, riforme: per una nuova credibilità della politica
Mai come in questi ultimi anni l’istituzione regionale ha perso forza e credibilità, nel contesto di un crescente generale disagio nel rapporto tra l’opinione pubblica e la politica. La bassissima affluenza nelle recenti elezioni in Calabria e in Emilia Romagna (con una partecipazione al voto in quest’ultima addirittura inferiore al 40 per cento) è la dimostrazione più evidente di una mancanza di fiducia che ha di gran lunga superato i livelli di guardia.
La riforma attualmente in discussione in Parlamento, che prevede giustamente il superamento del bicameralismo perfetto e l’istituzione del Senato delle regioni e delle autonomie, affronta anche il tema di una ridefinizione delle competenze regionali così come disegnate dalla riscrittura del titolo quinto della Costituzione approvata nel 2001. Non v’è dubbio che la legislazione concorrente tra Stato e Regioni abbia provocato numerosi conflitti davanti alla Corte Costituzionale e che andasse ridefinita con una indicazione più chiara delle competenze dei diversi livelli istituzionali. Tuttavia non è difficile collegare un sostanziale ridimensionamento dei compiti assegnati alle Regioni alla progressiva perdita di credibilità di questo livello istituzionale.
Così come è più difficile opporre resistenza a consistenti tagli delle risorse trasferite, persino nei casi in cui decurtazioni molto gravi mettono a rischio l’erogazione di servizi pubblici essenziali. Siamo diventati molto più deboli nella difesa delle prerogative istituzionali regionali e persino nella tutela degli interessi dei nostri cittadini, proprio perché siamo meno credibili.
Un anno fa, in questa stessa occasione, lanciai l’allarme all’Assemblea sul rischio che si andasse a votare con una legge che non garantisse, assieme all’elezione diretta del presidente, la governabilità  per la coalizione vincente. Nonostante un’ampia maggioranza favorevole in commissione, non si è potuto procedere alla approvazione di una nuova legge in aula per il cambiamento di posizione di una importante forza politica, e questo ha dato una ulteriore colpo alla nostra credibilità.
Altre Regioni hanno approvato leggi che garantiscono il sistema maggioritario e anche una più adeguata rappresentanza di genere, in analogia a quanto è già previsto per le elezioni comunali.
Nel corso di questi anni ho cercato di difendere in tutti i modi la credibilità e il profilo di questa istituzione, tanto con il lavoro sui temi economici e sociali quanto assumendo posizioni nette – talvolta accolte con fastidio – sull’opportunità di un diverso rapporto tra etica e politica. Assistevo infatti con crescente preoccupazione a vicende opache che hanno riguardato importanti livelli istituzionali – il Parlamento e le Regioni, inclusa la nostra – e momenti significativi della vita economica: da Carige, al Mose, all’Expo, alle inquietanti vicende romane di questi giorni.
Dovrebbe essere questa una preoccupazione condivisa da tutti se crediamo – e io ci credo – che esista la possibilità di difendere le istituzioni e rilanciare la buona politica.
Penso questo perché ho avuto la fortuna di cominciare un lungo percorso politico e amministrativo in anni in cui il rapporto tra istituzioni e cittadini era molto più fecondo, in anni in cui altissime personalità politiche – penso a uomini come Pertini, Moro, Berlinguer – hanno saputo suscitare  sentimenti di fiducia, di passione, spingendo alla partecipazione attiva milioni e milioni di italiani.
Ho reso nota da tempo l’intenzione di concludere adesso questo lungo percorso. L’ho fatto non perché non abbia fiducia nella possibilità di una ripresa della credibilità della politica in questo paese, ma perché credo giusto e naturale un processo di rinnovamento anche generazionale. Forze più fresche potranno affrontare con rinnovato vigore e desiderio di futuro politiche innovative per la crescita economica e la giustizia sociale.
E potranno anche riformare con coraggio un sistema politico che deve tornare a essere un patrimonio di speranza e di impegno per tutti i cittadini.

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