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Raffaella Paita: «CIE strumento inadeguato: servono HUB per la prima accoglienza»

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GENOVA – Benzina sul fuoco e fumo negli occhi: sembra questo, e null'altro, ciò che la Giunta regionale ha saputo mettere in campo per gestire il problema profughi. Prima la benzina degli annunci roboanti del tipo "non un solo profugo metterà più piede in Liguria!", lanciati qualche settimana fa e finiti inevitabilmente in un nulla di fatto. Poi, resisi conto che governare significa anche proporre qualcosa, Toti e Viale si sono visti  costretti a ricorrere al fumo: quello del CIE. Con una approssimazione disarmante, hanno indicato nell'apertura di un Centro di identificazione ed espulsione in Liguria la soluzione magica per il governo dei flussi dei richiedenti protezione internazionale. In realtà, questo tipo di strutture non va a interessare almeno il 99% dei profughi. Dovrebbero funzionare per i migranti irregolari, ma in realtà i CIE si sono rivelati uno strumento così poco adeguato che dei 13 presenti sul territorio nazionale ne sono rimasti aperti 5 e alcuni di questi in grossa difficoltà per le mille tensioni interne e con i territori. L'orientamento generale è quello di superarli. Ma se Toti e Viale vogliono davvero realizzare un CIE non possono esimersi dal dovere di proporre dove realizzarlo – a Genova, ad Albenga? – e di indicare quanti migranti dovrà ospitare – trecento, cinquecento? – senza scaricare le decisioni sul Governo. Dicano chiaramente cosa vogliono fare per affrontare i problemi legati al flusso dei migranti in Liguria.

Problemi generati da una forte instabilità politica in molte zone dell'Africa, da inedite dinamiche geopolitiche, da fenomeni nuovi per la comunità internazionale tutta. Problemi grandi, ma non impossibili da gestire, come ci dicono con la loro compostezza e il loro pragmatismo tanti sindaci e tanta parte del terzo settore che si stanno facendo carico con serietà della cosa, nonostante "il fumo e la benzina" che arrivano loro addosso. Indicano il modello dell'accoglienza diffusa senza grandi strutture come quello più sostenibile dalle comunità. Propongono non un CIE, ma strutture che chiamano Hub, due o tre nella regione, da 50-70 posti, dove sistemare i nuovi arrivi per la prima accoglienza e fare lo screening, con permanenze di massimo una settimana per poi entrare nei circuiti sul territorio. Insomma: proposte  concrete. Ascoltiamoli. Credo che ci stiano dicendo una cosa importante: siamo un grande Paese che non intende rinunciare al proprio umanesimo (che non è il buonismo cui fa riferimento Toti). Possiamo farcela. Abbiamo fatto cose ancora più grandi in passato.

Raffaella Paita

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