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Pagano: «A ottant’anni dall’inizio della guerra di Spagna»

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Giorgio Pagano, Copresidente del Comitato Unitario della Resistenza.

LA SPEZIA – Nel febbraio 1936 il Fronte Popolare vinse le elezioni in Spagna. Un successo che terrorizzò i possidenti e tutta la destra conservatrice e fascista. Ottant’anni fa, il 17 luglio, contingenti dell’esercito guidati dal generale Francisco Franco si ribellarono e organizzarono un colpo di Stato. Il Governo repubblicano diede ordine di distribuire le armi al popolo. Cominciava così una guerra civile che sarebbe durata tre anni e che avrebbe fatto della Spagna un campo di battaglia, militare e ideologico, tra il fascismo e l’antifascismo internazionali. La guerra di Spagna saldò, in modo definitivo, l’alleanza tra la Germania e l’Italia: Mussolini e Hitler decisero infatti di inviare consistenti aiuti militari all’esercito franchista. Il corpo di spedizione italiana che operò sul territorio spagnolo arrivò a comprendere 70.000 uomini. Per tre anni il porto e l’Arsenale spezzini divennero il centro di partenza delle armi e delle truppe destinate, via nave, al sostegno agli insorti. Furono 300 gli spezzini che partirono inquadrati nei battaglioni fascisti: chi spinto dal miraggio di facili guadagni, chi per avversione al comunismo, altri perché costretti dalla dittatura. Tra essi ebbe un ruolo decisivo il generale Mario Berti. Altri due generali spezzini combatterono in Spagna: Attilio Teruzzi e Enrico Francisci. I caduti furono 30, 23 i dispersi. Alcuni, fatti prigionieri, rilasciarono dichiarazioni di pentimento che sconfessavano il regime: i loro familiari spezzini lo appresero dalle radio antifasciste estere.

L’esercito repubblicano fu sostenuto dall’Urss e dalle “brigate internazionali”, volontari provenienti da tutto il mondo: 15.000 uomini, 3800 italiani, 36 spezzini. In parte erano uomini esuli nei Paesi democratici, fuggiti alle persecuzioni politiche dopo l’avvento del fascismo, in parte erano militanti politici nella clandestinità, comunisti, socialisti, membri di Giustizia e Libertà, repubblicani, anarchici, cattolici, democratici senza partito. Tra i primi Benedetto Mori e Livio Bonani di Riomaggiore, Vittorio Ferrari di Ortonovo e gli spezzini Renato Chiappini e Alvaro Ghiara, provenienti dagli Usa; Amedeo Rossi di Follo, giunto in Spagna dall’Argentina; Raffaele De Lucchi di Fezzano, Vittorio Orlandini di Santo Stefano, Settimo Grassi di Castelnuovo, Virgilio Bertola, Pietro Caleo e Pietro Montaresi di Sarzana, i calicesi Ildebrando Confusi e Emilio Venturotti, gli arcolani Onorato e Sirio Biso e Renzo Picedi, gli spezzini Renato Bertolini, Carlo Della Croce, Carlo Pesco, Antonio Ricco e il calabrese cresciuto a Spezia Marco Perpiglia, che erano emigrati in Francia; il sarzanese Isopo Papirio, Ardito del popolo nella difesa di Sarzana nel luglio 1921, che era già in Spagna; e altri ancora di cui sappiamo troppo poco. Il secondo gruppo, più ristretto, era tutto arcolano: due dei più importanti dirigenti comunisti espatriati all’inizio del 1936, Ugo Muccini e Bruno Rolla, e un altro militante comunista, Eugenio Vignale. Quattro i caduti: Muccini, Pesco, Picedi e Rossi.

L’esercito repubblicano, nonostante l’eroica vittoria di Guadalajara, non poté a lungo resistere alla preponderanza di uomini e mezzi nemici, alle difficoltà determinate dalla eterogeneità delle forze politiche che componevano il governo, e alla larvata ostilità della Gran Bretagna, il cui conservatorismo coincise con una politica di grave autolesionismo della democrazia europea. Franco poté così conquistare il potere, al prezzo di 600.000 morti. La spinta aggressiva della Germania e dell’Italia avrebbe portato qualche anno dopo allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ma sul campo di battaglia spagnolo sorse anche l’unità antifascista: la guerra di Spagna fu la prima occasione di riscossa dell’antifascismo italiano, senza la quale la Resistenza sarebbe stata diversa. Nel 1943-45 si realizzò quanto Carlo Rosselli aveva auspicato da radio Barcellona nel 1936: “Oggi in Spagna, domani in Italia”.

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