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“Ritratti (1990-2016)”, dedicata dal Museo “G.Fattori” di Livorno al fotografo Claudio Barontini

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Presentazione a catalogo di Valerio P.Cremolini, curatore della mostra. La personale si inaugura Venerdì 5 agosto p.v., alle ore 17.00, ed è visitabile sino all’11 settembre prossimo con il seguente orario: dal venerdì alla domenica, dalle ore 16.00 alle 19.00; sabato e domenica anche dalle ore 10.00 alle 13.00.

LA SPEZIA – Tutti oggi scattano fotografie. Da oltre un secolo la macchina fotografica è diventata uno strumento non accessorio, presente pressoché in ogni casa. La fotografia documenta suggestive vedute, divertimento, lusso, miseria, gravi sciagure, esasperato glamour, straordinarie imprese sportive, anniversari, fatti della politica e quant’altro è riferibile al più ampio contesto della vita familiare e dell’informazione. Nell’ambito giornalistico gioca un ruolo sempre più centrale e numerosi sono i reportage di prestigio, proposti di sovente da quotidiani e riviste di valore.

All’aspetto prettamente documentativo, si affianca poi l’altra faccia della fotografia, quale espressione di una spiccata sensibilità artistica, particolarmente privilegiata nei musei e nelle grandi rassegne d’arte contemporanea. Quando la fotografia diventa arte, essa deve “saper tradurre l’inesprimibile, l’invisibile che l’artista può scoprire dai significati che sono al di là delle apparenze quotidiane e tipiche delle cose”(Luigi Susi).

Muovo da tali cruciali premesse, per avvicinarmi alla considerevole esperienza fotografica di Claudio Barontini, nel tentativo di sottolineare, appunto, come non sia facilmente risolvibile, se non molto genericamente, la questione dell’arte, riferita non solo alla fotografia, ma anche alla pittura, alla scultura, alle arti visive o altro ancora. Dinanzi al dilemma arte-non arte, riferito al campo della fotografia, Walter Benjamin sosteneva con apprezzabile accortezza che sarebbe stato meglio chiedersi “se attraverso la scoperta della fotografia non si fosse modificato il carattere complessivo dell’arte”.

La fotografia ha ampia cittadinanza nell’arte fin dai suoi albori, per affermarsi nel tempo delle avanguardie e ininterrottamente fino ad oggi. Guardava lontano Alfred Stieglitz nel sostenere che la fotografia ambiva a diventare la maggiore forma d’arte del XX secolo e di quelli successivi. Con Stieglitz sono famosissimi Felix Nadar, Julia Cameron e Edward Steichen, Dorothea Lange e Florence Henri, Paul Strand e John Heartfield, Man Ray e Lazlo Moholy-Nagy, Henri Cartier-Bresson, Arnold Newman, Sam Haskins, Helmut Newton, Ugo Mulas, Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Bill Owens, Herb Ritts. Tutti loro ed altri hanno favorito la diffusione della fotografia, anche con speciali contributi teorici, contribuendo ad elevarla a disciplina, protagonista nei circuiti commerciali d’arte, nel tempo valorizzata da cifre vertiginose.

Lo studioso inglese Nigel Warbuton in “La questione dell’arte” (Giulio Einaudi Editore, 2004) dedica pagine interessanti al dualismo arte-fotografia, sviluppando considerazioni pertinenti e meritevoli di riflessione, sostenendo, ad esempio, dinanzi alla famosa fotografia di Stuart Franklin del 1989, che riprende lo studente cinese fronteggiare una colonna di carri armati nella piazza Tien Anmen, che “non ogni fotografia che sia autoriflessiva, ironica e che presti attenzione al fotografo sia necessariamente un’opera d’arte, né che il fotogiornalismo sia incompatibile con la fotografia artistica”. Conclude la sua analisi affermando praticamente come alcune belle fotografie siano eccellenti contributi al fotogiornalismo, ma non all’arte, pur lasciando una porta aperta nell’asserire che “non possiamo definire esattamente le condizioni in base alle quali il fotogiornalismo diventa arte, né escludere la possibilità che nel futuro possa diventarlo. Tutto ciò richiede attenzione al caso particolare, non la formulazione di regole generali”.

Sono convinto che sia assolutamente corretto collocare la personalità di Claudio Barontini nella cerchia di una élite di fotografi capaci di dotare l’immagine fotografica di quella singolare aura per cui essa riesce a comunicare non solo le doti tecniche dell’autore, bensì a fornire chiavi di lettura per cui ciò che è fotografato, sia un ritratto, un paesaggio, una natura morta, offre la sensazione della verità. Come la più avveduta critica d’arte, anch’io ritengo che l’esercizio del fotografare sia notevolmente complesso e impegnativo ed è l’intelligente mediazione dell’artista ad emergere nell’interpretare con la propria sensibilità e con il proprio linguaggio quanto posto dinanzi all’obiettivo della macchina.

La nutrita raccolta di opere di Barontini rivela l’importanza che egli ha da sempre attribuito al ritratto, spesso protagonista della sua esperienza professionale, gradualmente sviluppata avvicinando e frequentando volti popolari e famosi, con i quali, non di rado, ha maturato nel tempo una rispettosa confidenza. Si apprezza un buon numero di cosiddette fotografie ambientate, ma altrettanto significative e simpatiche sono le immagini istantanee, improvvisate, quasi rubate, che offrono la statura professionale di Barontini, nel saper creare complicità con i vari personaggi, suoi privilegiati modelli. Così le sue fotografie, scandite da chiaroscuri naturali e mai forzati, avvolte da tonalità luminose che egli insegue quasi ostinatamente, per la loro semplicità compositiva riescono a comunicare e, soprattutto, a trasferire un generale senso di appagamento.

Attualissima è la lezione di Leonardo per il quale “l’aumentazione d’ombre e di lume il viso ha gran rilievo” per cui “il viso acquista assai di bellezza “. Il celebre scienziato-artista è ancora più preciso, allorché prosegue con convinzione che dai segni del volto si può dedurre “se sieno uomini operatori della cogitazione” oppure “bestiali ed iracondi”.

Ebbene, se per classico si intende un connotato che fa l’opera d’arte resistente alle mode e intramontabile nel tempo, la ritrattistica di Barontini merita tale qualificazione, poiché le fotografie che la compongono perseguono quella inalterabile chiarezza formale, che si declina con l’esigenza di verità richiamata in precedenza. Più che singole considerazioni su una fotografia o l’altra, in quanto tutte meritano interesse estetico, è preferibile esprimere un giudizio d’insieme sullo speciale archivio del fotografo, sostanziato da una diffusa forza espressiva, ricavata dallo scrupoloso studio dei volti di sceltissimi soggetti. Il risultato finale offre la sensazione della naturalezza e lo sguardo, la posa, l’abito, l’ambiente, gli oggetti e i diversi dettagli si combinano in modo da rappresentare l’uno il valore aggiunto dell’altro. Siamo dinanzi a ritratti fisiognomici, in cui ai tratti fisici si intrecciano rimandi psicologici e la fotografia diventa, davvero, molto di più di una riproposizione generica. Barontini, infatti, come altri eccellenti colleghi, penetra magicamente nelle vite dei soggetti, cogliendone le sfaccettature più intime, raccolte nelle semplici angolature delle fotografie. Affermava, a proposito, Ugo Mulas, che “le fotografie sono una presa di coscienza e non una registrazione, una presa di coscienza come lo è qualsiasi autentica operazione conoscitiva”, che sorge ed assume consistenza dal confronto fra l’artista e l’interlocutore, immerso nel particolare contesto suscitato dall’opera d’arte, quando fra di loro si incrociano sguardi, anche fuggevoli, che sottintendono pensieri condivisi.

Barontini è ugualmente persuasivo nel trasferire tecnica, naturalezza e verità nel cogliere con la consueta chiarezza formale momenti casuali, che escludono qualsiasi preordinata messa in posa. I suoi scatti, infatti, bloccano il succedersi di attimi speciali, che caratterizzano momenti del quotidiano di personaggi più o meno famosi. In queste circostanze il tempo sfugge ancor di più a qualsivoglia misurazione e alla fotografia merita di essere attribuita l’incontrastata regalità nel proporsi come mezzo privilegiato della memoria. Mai come oggi, travolti da migliaia di immagini, non tutto, ovviamente, viene conservato, ma quanto si ha piacere che non cada nell’oblio, continua ad attivare processi riflessivi e nuove intuizioni riguardanti sia la specificità della fotografia sia la piacevole rivisitazione di quelle particolari situazioni.

Non dobbiamo aver timore, pertanto, nell’affermare che la fotografia assolve a preziose funzioni documentative. “Ho ancora da vedere una bella fotografia che non sia un buon documento”, dichiarava a proposito Berenice Abbott, fotografa statunitense dalle idee molto chiare.

Nelle fotografie di Barontini, soprattutto in quelle libere, non programmate, dove per vari motivi non si possono perseguire i più opportuni rapporti di luce, emerge la sua lestezza nell’afferrare ugualmente la singolarità del contesto sia la personalità dei soggetti ripresi in posture disinvolte e inconsuete. In altra circostanza ho citato un pensiero dello storico dell’arte Giulio C.Argan allorché richiamando il “miracoloso attimo dello scatto” affermava che “la fotografia deve mirare non tanto a ri-prendere la realtà, ma a prendere la realtà, cioè possederla, penetrarla, per meglio interpretarla”. Ritengo che sia un presupposto, mai trascurato da Barontini lungo i suoi laboriosi decenni di professione artistica, che emerge nitidamente sfogliando il suo vasto archivio in cui convivono tanta abilità ed altrettanta sensibilità.

Per dirla con Cartier-Bresson “fotografare significa – davvero – porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.

Valerio P.Cremolini

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