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“Prove di dialogo. La cultura quale antidoto ai conflitti” foto

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LERICI – Mercoledì 31 agosto, al Parco Shelley di San Terenzo, prende il via il progetto dell’Associazione Culturale Mediterraneo “Mediterraneo diviso. Prove di dialogo”.

Qual è lo scopo del progetto?
Il Mediterraneo è diventato un luogo di gravi e crescenti tensioni. Le eccezionali ondate migratorie e la minaccia del terrorismo hanno suscitato nell’opinione pubblica europea reazioni antislamiche e xenofobe. E’ da questa situazione che nasce l’esigenza, soprattutto per i giovani, di usare gli strumenti della cultura per contrastare ostilità e pregiudizi reciproci. Servono una migliore conoscenza e una riflessione critica che consentano di mitigare le tensioni attraverso “prove di dialogo”.

Ma i fatti ci raccontano ogni giorno quanto il dialogo sia difficile…
E’ così: l’esperienza di questi anni e di questi mesi porterebbe a dire che il dialogo non è più una possibilità. Succede a volte anche a me. Eppure quando vado, con l’Associazione Culturale Mediterraneo o in altra veste, nelle scuole e negli incontri pubblici a discutere di questi temi, colgo certo la paura e la chiusura creata dalla paura, ma anche la domanda su cosa fare e su come continuare a sperare. Il mio amico Izzedim Elzir, imam di Firenze, che è stato in più occasioni nella nostra città, dice sempre che “ora più che mai dobbiamo dimostrare che il dialogo è possibile”. Tra sciiti e sunniti -perché c’è un conflitto tutto dentro l’islamismo-, tra le tre religioni monoteiste, tra “Oriente” e “Occidente”. Perché nessuno in nome della religione può affermare di possedere Dio: la vera religione non è mai assoluta, e il Dio della vera religione non esclude nessuno, come dice Papa Francesco sulla scia del Concilio Vaticano II. E perché, più in generale, gli “orientali” e gli “occidentali” possono resistere alle tentazioni razziste e costruire insieme il linguaggio di un nuovo universalismo. Il filosofo Giacomo Marramao lo chiama “universalismo della differenza”: “non più l’identità che assimila a un modello di universalismo precostituito, ma un universalismo che si alimenta attraverso l’apporto delle differenze”. Qui c’è una funzione insostituibile dell’Europa, lo spazio culturale e politico più adeguato a spingere in questa direzione. Una funzione che deve onorare malgrado tutti i sintomi della sua decomposizione, anzi proprio per porvi rimedio. E’ un lavoro lungo di educazione civile, culturale e politica, che riguarda sia il mondo arabo che noi europei: ma è l’unico in grado di contrastare davvero e fino in fondo il terrorismo.

Quindi la risposta al terrorismo non è solo e principalmente un risposta militare?
Solo il mondo islamico potrà sconfiggere l’Isis: la responsabilità dell’Occidente sta nel sostegno all’Islam perché ciò possa avvenire. Bisogna capire perché è nato l’Isis: come reazione alle guerre dell’Occidente. In 25 anni siamo intervenuti in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Repubblica Centroafricana, Mali… Ma le radici delle guerre affondano pure nella feroce rivalità tra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale: l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita tra tutti, ma anche la Turchia, l’Egitto e in un certo senso anche Israele. L’Isis è stato finanziato inizialmente dall’Arabia Saudita (coccolata dall’Occidente), dal Qatar e dal Kuwait, e la Turchia (che fa parte della Nato) ha usato e usa l’Isis contro i curdi, che ne sono diventati gli avversari più eroici. La verità è che i musulmani che si battono sul campo contro l’Isis sono tutti sciiti, boicottati dall’Occidente -filo sunnita- per anni. Mentre i terroristi hanno venduto il petrolio a società e compagnie dei Paesi occidentali, che hanno rifornito i combattenti di armi. In un’intervista a “The Atlantic” Hillary Clinton ha ammesso che l’Isis è una creazione americana in funzione anti-Assad (il dittatore sciita siriano) poi uscita di controllo. Se oggi Assad, che comunque non è mai stato del tutto isolato in patria, è più forte, e con lui il suo alleato Putin, è solo colpa dell’Occidente. Per non parlare dell’Iraq: l’amministratore civile americano Paul Bremer ha scacciato tutti i sunniti dalla amministrazione irachena, consegnando il Paese al caos e provocando il passaggio di tanti militari iracheni sunniti nelle fila dell’Isis. Anche la deriva della Turchia è in buona parte colpa nostra: le perdoniamo tutto perché abbiamo paura dei migranti e chiediamo aiuto al suo “sultano” Erdogan. Ancora: ci siamo dimenticati del conflitto israelo-palestinese, nonostante le tante promesse. Ma, oltre a capire perché è nato l’Isis, bisogna capire come è nato il fondamentalismo islamico.

Che è nato prima dell’Isis…
Esattamente. Anche le radici del fondamentalismo islamico, però, si sono sviluppate di recente, dalla seconda metà del Novecento, come reazione a quelle che sono state considerate le minacce prima del socialismo arabo, poi dell’Occidente. Serve una strategia di lungo periodo perché la sconfitta dell’Isis non comporterà quella del fondamentalismo islamico. E in questa strategia la componente politica e culturale è fondamentale, ben più di quella militare e di sicurezza: se facciamo la guerra santa ci comportiamo come loro e li rafforziamo. In sostanza: per battere il fondamentalismo degli altri bisogna combattere il fondamentalismo nostro. Non si tratta di riscoprire la nostra identità e di fare le crociate, ma di promuovere il disarmo, che non significa rinunciare ai valori ma enucleare valori condivisi, perché tra le religioni monoteiste e le culture del Mediterraneo ci sono similitudini profondissime.

Una parte fondamentale non spetta al mondo musulmano non fondamentalista?
Il problema è complesso, perché nell’Islam non c’è una Chiesa, ci sono tantissimi poli culturali autonomi. Ma è decisivo che nasca un Islam europeo: la seconda religione europea, che non va sospinta ai margini ma riconosciuta. Che il dialogo non sia finito e che un nuovo universalismo possa essere costruito lo si è capito, in particolare, dopo le manifestazioni contro il terrorismo islamista organizzate dai musulmani italiani nel novembre 2015: hanno segnato una data estremamente significativa per la società italiana, che ne dovrà fare tesoro. Vale anche per la nostra città, dopo una manifestazione, come quella del 22 novembre, che ha visto protagonisti così tanti giovani musulmani, ragazze in particolare. A loro spetta isolare e denunciare ogni forma di estremismo fondamentalista. A noi, cittadini italiani e spezzini, tocca il compito non lieve e non facile di accogliere il loro invito alla convivenza. Dobbiamo stare uniti attorno al valore della intangibilità della vita umana: è questa la base di un nuovo universalismo. Una sura del Corano, che si ritrova anche nel Talmud, dice che salvare una vita umana equivale a salvare tutta l’umanità. E che uccidere un uomo è come uccidere tutta l’umanità. Su questa base sta nascendo un Islam europeo. Riconosciamolo a partire dalle moschee, luoghi di culto che devono operare alla luce del sole, ma che non vanno più osteggiate e criminalizzate. Un gruppo di ragazzi, nella manifestazione spezzina, diceva “No al terrorismo, sì alle moschee”. E’ una posizione da condividere.

Secondo lei come si potrebbe arginare il fenomeno delle ondate migratorie?
Intanto credo si debba partire da una consapevolezza: è impossibile distinguere tra rifugiati politici, che fuggono dalle guerre, e migranti economici e ambientali, che fuggono dalla povertà e dai cambiamenti climatici. Dobbiamo sapere di che si parla. I migranti che fuggono dalle guerre sono 6 milioni, e l’86% di questi si trova nei Paesi vicini ai loro: il piccolo Libano, per esempio, da solo accoglie un milione e mezzo di rifugiati. Solo una minima parte arriva alle porte dell’Europa: eppure il Vecchio Continente è molto agitato e preoccupato, immemore del fatto che i rifugiati stanno fuggendo da situazioni di cui noi, i Paesi occidentali, siamo direttamente o indirettamente responsabili, come ho ricordato. La democrazia e i diritti dell’uomo sono stati usati per giustificare questi interventi militari, che però non hanno mantenuto le loro promesse: perché la democrazia non si esporta a colpi di missili e droni. Queste migrazioni forzate dovute alle guerre non si impediscono con i muri, e meno che mai con altre guerre, ma con le soluzioni politiche. Le guerre si possono fermare, se c’è la volontà di farlo. Io, purtroppo, oggi non vedo questa volontà. Ma comunque, intanto, non possiamo che accogliere i rifugiati e i migranti economici e ambientali, con un impegno dell’Europa che finora è mancato. Dobbiamo farlo perché nessuno di loro, per ora, può tornare a casa sua: la loro casa non c’è più. Dobbiamo dar vita a piani formativi e per il lavoro che siano a loro utili, per quando potranno rientrare nel loro Paese e tornare ad avere una loro casa. Piani formativi e per il lavoro che dovrebbero riguardare tutti i deboli e tutti i poveri, rifugiati e italiani: altrimenti si scatenerà sempre più quella “guerra tra poveri” che alimenta il razzismo. Né noi né i migranti ci possiamo salvare da soli. Abbiamo bisogno delle stesse cose: casa, formazione, lavoro, salute… Tutte cose che i migranti cercano e che noi stiamo perdendo, e che possiamo forse salvare e recuperare per tutti: a patto di sconfiggere l’austerity neoliberista.

Lei ha trascorso molti mesi in Africa, a seguire un progetto di cooperazione internazionale a Sao Tomè e Principe, in Africa. Ha quindi conosciuto i migranti economici e ambientali…
Certamente, parlo anche per esperienza diretta: a Sao Tomè e Principe un terzo dei giovani è fuggito, perché la povertà è estrema, e perché l’erosione della costa e le inondazioni provocate dai cambiamenti climatici stanno distruggendo le baracche di legno costruite in riva al mare. Invito i lettori a vedere, sul web, le fotografie “On the shore of a vanishing island”: gli scatti documentano l’erosione della terra sull’isola di Ghoramara, nel golfo del Bengala. Oltre due terzi della popolazione hanno abbandonato il territorio. L’autore, il sudcoreano Daesung Lee, ha fotografato gli abitanti rimasti uno ad uno, soli sul loro metro quadrato di terra. Verso il 2040 sarà tutto sommerso. Tra il 2008 e il 2013 le persone che hanno dovuto spostarsi in altre aree o Paesi, a causa dei disastri climatici, sono state 140 milioni. Anche in questo caso, solo una piccola parte bussa alle porte dell’Occidente, dove un migrante economico o ambientale non ha diritto allo stato di rifugiato ed è bollato come clandestino. Eppure dei disastri climatici sono responsabili i Paesi abbienti. Mi chiedo: queste persone sono forse meno bisognose di chi fugge da una guerra?

Ma la cooperazione internazionale ha il compito di eliminare alla radice i fenomeni che sono alla base di questa fuga. A che punto siamo?
Dobbiamo aiutarli a casa nostra, perché loro la casa non ce l’hanno, ma anche a casa loro, come si dice. A Sao Tomè e Principe ho lavorato a un piano per lo sviluppo sostenibile di una regione, perché i giovani non fuggano più. Non solo: l’Associazione Culturale Mediterraneo sta lavorando a un progetto di cooperazione internazionale che supporti alcuni immigrati spezzini a tornare, con un lavoro, nel loro Paese di origine. Ma chi si occupa oggi di cooperazione internazionale? Governo e Regione sono assai poco attivi in materia: poche risorse, scarsa attenzione politica. Sia il centrodestra che il centrosinistra. Silvio Berlusconi non ha combinato nulla, salvo tagliare i pochi fondi disponibili. Matteo Renzi sta facendo qualcosa di più. Ma l’Unione europea ha fatto un patto scellerato con la Turchia: io ti pago perché tu ti tenga i migranti, non importa come e dove. Ora Renzi rivendica l’estensione dell’accordo a tutti i Paesi da cui fuggono i migranti: metà dell’Africa. Il rischio è quello di dare soldi a classi dirigenti corrotte e che non rispettano i diritti umani, solo per misure di sicurezza e di polizia. Era la logica del nostro accordo con il dittatore libico Gheddafi, che in cambio di soldi teneva in carcere disumane i migranti. Ma i dittatori sono inevitabilmente destinati a cadere, e i nodi a venire inevitabilmente al pettine. Il rischio è evidente: che la cooperazione allo sviluppo si trasformi in un sostegno non ai popoli, per uno sviluppo sociale più equo, ma ai governi e al loro potere, in cambio di fermare le persone che scappano dai regimi.

Quindi per battere l’odio serve anche un modello di sviluppo sociale più equo?
La sconfitta del terrorismo e dell’odio, dice l’economista Thomas Piketty, sta anche “nell’attuazione, sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo”. Si pensi alle monarchie petrolifere: una parte sproporzionata delle risorse economiche è accaparrata da una minoranza, mentre ampie fasce di popolazione sono tenute in uno stato di semi-schiavitù. Ma si pensi anche alle nostre società, attraversate da egoismi nazionali e da pulsioni razziste che si superano solo battendo la politica economica che li ha fatti esplodere, l’austerity neoliberista. O costruiamo tutti insieme una società meno diseguale, o i poveri di tutto il mondo ci travolgeranno. Il sociologo Renzo Guolo scrive che “incidere sui processi di radicalizzazione è l’unico modo per ridurre un fenomeno che, altrimenti, rischia di dilagare”. E l’orientalista Olivier Roy specifica che “non si tratta di radicalizzazione dell’Islam, ma di islamizzazione del radicalismo”. Vanno messe in discussione, quindi, non solo le relazioni internazionali ma anche la vita quotidiana e la natura delle democrazie, destinate a diventare altrimenti il terreno delle ritorsioni violente. E’ il concetto della necessità della politica, nel senso alto: come capacità di aggredire le cause che inducono a indossare una cintura esplosiva o a imbracciare un fucile. Ma questa politica può nascere solo se si sviluppa una pulsione culturale e antropologica nelle persone e nella società, che ci spinga alla ricerca di rapporti di solidarietà con gli altri. Una pulsione che può e deve ispirare una nuova politica basata sul rispetto di chi si trova in posizione diversa o distante da noi, che preferisca la cooperazione alla competizione, che lotti contro le diseguaglianze, che ripudi la violenza e la guerra. Quando lasciai la politica dei partiti scrissi, nell’intervista a Maurizio Mannoni che apriva il mio libro “Orgoglio di città” (2007), che la politica non doveva perdere “la sua componente ideale e spirituale”. Un dirigente del mio partito di allora, persona tra le più influenti in città, mi disse: “queste sono aspirazioni lontane dalla realtà”, “la politica è un’altra cosa”. In realtà da allora la politica, smarrita quella “componente ideale e spirituale”, si è drammaticamente svuotata di senso, si è schiacciata sull’economia ed è diventata cinica tecnica del potere. O ritrova idealità e spiritualità o non è in grado di interpretare e perseguire il bene dei più deboli, che coincide con il bene comune. Ma perché la politica ritrovi un senso, c’è bisogno del cambiamento personale e sociale, cioè dell’impegno di ognuno di noi.

Torniamo al progetto: come si suddivide?
Il progetto sviluppa una duplice azione: attività di informazione-formazione per mezzo di conferenze, incontri, mostre fotografiche rivolte a un pubblico adulto e agli studenti delle Scuole Secondarie di II° grado; e attività di laboratorio (formazione-azione) e di scambio internazionale per gli studenti delle Scuole Primarie e delle Scuole Secondarie di I° e di II° grado. Queste ultime saranno svolte dall’associazione Aidea La Spezia, nostra partner. Circa le attività del primo gruppo, ricordo solamente i relatori alle conferenze, tutti studiosi, analisti o testimoni di assoluto prestigio: Laura D’Alessandro e Marco Aime, protagonisti dei primi due incontri al Parco Shelley, il 31 agosto e il 7 settembre, e poi Francesca Caferri, Valerio Calzolaio, Marco Rovelli, Farid Adly, Gian Paolo Calchi, Alessandro Barbero. Inoltre da 24 settembre al 15 ottobre, agli Archivi Multimediali Sergio Fregoso, sarà visitabile la mostra fotografica “Paesaggi e luoghi della civiltà contemporanea”. Questo è il programma del 2016, che proseguirà nell’inverno e nella primavera del 2017.

I giovani sono sufficientemente preparati ad affrontare questi argomenti?
Non del tutto, perché la scuola italiana dedica poco spazio alla storia della seconda parte del Novecento. Assistiamo a una palese contraddizione: da una parte è ampiamente riconosciuto il contributo che la storia più recente arreca ai fini della comprensione delle “radici del presente”, all’acquisizione di fondamentali competenze di cittadinanza attiva, all’orientamento critico nella complessità del reale; dall’altra si riscontra una diffusa disattenzione alla traduzione di queste finalità in concrete pratiche didattiche, che lascia evaso un bisogno di formazione sulla storia contemporanea non solo chiaramente esplicitato dalla normativa vigente, ma anche particolarmente avvertito dagli stessi studenti. Noi interveniamo per rendere meno acuta questa contraddizione: possiamo farlo perché, per fortuna, nelle scuole spezzine troviamo grande attenzione, non solo tra gli studenti, ma anche tra i dirigenti scolastici e gli insegnanti.

In conclusione: si capisce che per lei la cultura è l’arma più potente? Perché?
Una buona formazione culturale non rappresenta soltanto la via per la costruzione di un’identità morale e intellettuale della singola persona. E’ interesse della sfera pubblica che ci sia questa formazione, che i membri della comunità siano educati alle virtù civiche. La scuola, dunque, è centrale, e il mestiere di insegnante è decisivo. La nostra associazione, nel suo piccolo, cerca di dare una mano alla scuola fin da quando è nata, nel 2008. Il discorso della cultura è tanto importante perché la posta in gioco è “in che genere di mondo si troveranno a crescere i nostri figli”.

Simona Pardini

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