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La convivenza per abbattere le barriere dell’intolleranza

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SAN TERENZO – Proseguono gli incontri di “Prove di dialogo” il progetto sulle diversità organizzato dall’Associazione Mediterraneo presieduta da Giorgio Pagano in collaborazione col Comune di Lerici.

Ieri sera al Parco Shelley è stata la volta del noto antropologo dell’Università di Genova Marco Aime che ha trattato il tema delle “Convivenze” Era presente l’assessore alla cooperazione di Lerici Manuela Mussi. Giorgio Pagano, nella sua introduzione, ha affermato che “occorre combattere la tendenza di considerare gli immigrati diversi da noi. Tanto per fare un esempio sulla scarsa integrazione, a La Spezia vengono organizzate manifestazioni separate dalle comunità di immigrati e non integrate con quelle realizzate dal Comune. Un altro esempio, questa volta positivo, viene dal cooperante Pino che mi ha scritto di aver vissuto un’esperienza di convivenza in Africa dove, dopo un primo approccio con i locali da cacciatore a preda, è riuscito ad instaurare in seguito un rapporto amicale” Marco Aime ha riportato la sua esperienza da dottorando in Africa quando si è visto non riconosciuto né nel ruolo di turista né di cooperante ma quale figura ambigua non classificabile. “

Purtroppo la nostra società porta a classificare – ha affermato – senza renderci conto che esistono mescolanze di culture nella stessa cultura. Porto l’esempio del cibo: il caffè viene dall’Abissinia, il thé dall’India, il cacao dal Brasile, la pizza dall’Arabia, gli spaghetti dalla Cina. Crediamo vi sia un’unica cultura e invece ne esistono molte in una. Con la scoperta del Dna abbiamo abolito il razzismo genetico (che purtroppo esiste nella società dei costumi). Se andassimo all’indietro di 2000 anni troveremmo un antenato in comune a tutti. Questo sta a significare che dobbiamo lottare per una cultura della convivenza che rompa le barriere tra i popoli. Solo con il dialogo si può sconfiggere il razzismo” E questo progetto “alto” si prefigge appunto di partire dalle radici, nel far comprendere ai più giovani che una via d’uscita all’intolleranza è possibile.

Simona Pardini

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