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Furore – un ricordo del 25 ottobre 2011

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BORGHETTO – «Mamma non hai dei brutti presentimenti? Non ti fa paura, andare in un posto che non conosci?”

Gli occhi della mamma si fecero pensosi ma dolci.

“Paura? Un poco. Ma poco. Non voglio pensare, preferisco aspettare. Quel che ci sarà da fare lo farò”.

Le righe di Steinbeck accompagnano il passaggio dalla veglia al sonno: è la notte del 25 ottobre 2011, tra poche ore mi aspetta la consueta lezione universitaria in quel di Firenze, inconscio di ciò che sta per accadere.

Una mattina come tante altre, è martedì, la sveglia rimandata sino all’ultimo secondo utile e poi tutti in piedi:

“Buongiorno, buongiorno a te“.

Il cielo è terso, il freddo dietro l’angolo, le ore passano, inesorabili. Ore 14, filosofia politica, arriva una chiamata: è Davide, ma non posso rispondere, John Rawls merita di essere ascoltato e capito.

Poi un messaggio: “Andre, Borghetto è allagata“. Sottovaluto il problema, suppongo si tratti di un’esondazione del Vara, come tante altre del passato e dunque non così grave.

C’è qualcosa dentro di me che però non è a posto, uno strano presentimento mi angoscia.

Terminata la lezione chiamo mia mamma, la sento preoccupata, non riconosco quella voce solitamente forte.

Comincio a tremare. Internet, urlatoio di facili isterismi, non fa altro che confermare quel brutto sentimento.

Il resto è purtroppo cosa nota: Borghetto non esiste più, ci sono vittime, frane, persone scomparse, disperazione.

Piango, assieme ai miei più cari amici Pietro e Federico, confinati in una Firenze mai così distante da casa.

Mi sento impotente, vorrei volare, urlare, andare a casa a rassicurare mia mamma che è sola e in preda al panico. Niente di tutto ciò: un silenzio assordante accompagna la notte, in attesa di notizie.

Riesco a raggiungere i miei cari solo dopo due giorni. Le immagini del telegiornale sono nulla rispetto alla realtà.

Le lacrime di mio padre al mio arrivo, l’abbraccio di mia madre poco dopo, quella piazzetta dove sono cresciuto divelta, gli impianti sportivi portati via dalla furia della natura. E poi fango, alberi, persone che camminano senza una meta precisa.

L’odore dell’inferno intorno a noi, inerti dinanzi a un sole tanto caldo quanto beffardo.

Poi, il tempo della ricostruzione, dei sacrifici, delle polemiche, dell’unione mancata.

A distanza di cinque anni, resta vivo il ricordo di una spassionata, ma effimera generosità, incapace di insinuarsi a fondo nei nostri cuori.

Uno spartiacque delle nostre vite, impossibile da cancellare, perché senza memoria non si ha futuro e senza futuro la triste realtà del 25 ottobre 2011 non farà altro che ripetersi quotidianamente in uno stato di fangoso furore.

Andrea Licari, abitante di Borghetto Vara

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