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Riflessioni sulle aree ENEL della Spezia

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Massimo Maugeri, Green Italia.

LA SPEZIA – «Non sono solo ragioni economiche che rendono indispensabile pensare che le aree ENEL debbano avere una destinazione industriale.

Quell’area è nel complesso una zona industriale dove sono presenti non solo aziende ma impianti che risolvono le esigenze di una società complessa come quella in cui viviamo (depuratore, impianto di compostaggio…)

Impianti di riciclo di rifiuti privati, aziende ad alta tecnologia e di lavorazione di materie prime.

E sufficiente fare una visita nelle aree tra Vallegrande e Boscalino, per capire che quell’area non può essere urbanizzata e tantomeno essere oggetto di trasformazioni che possano prevedere presenze turistiche.

C’è una presenza importante che è la polveriera di Vallegrande, ci sono ex discariche da bonificare.

Pensare ad una destinazione diversa da quella industriale, rappresenta due eventi negativi:

il primo motivo: è l’unica area non urbanizzata rimasta sulla quale si possa fare una scommessa sulla nuova industria, una industria che accetti la sfida del cambiamento climatico per individuare prodotti che incidano meno sul clima e che diano futuro ad una generazione che vive in modo drammatico l’assenza di opportunità lavorative.

Il secondo motivo: in una area in cui insistono diverse attività produttive anche ad alto impatto ambientale, se si portano attività ricreative o abitative, è inevitabile che si crei un ulteriore scontro tra ambiente ed industria. Un errore che nella nostra città dagli anni 70 in poi è stato fatto troppe volte.

Pertanto le aree ENEL offrono una opportunità che è quella di delimitare in modo chiaro quelle che saranno le attività produttive della città. Questo significa una scelta urbanistica chiara e definita.

Non saper leggere questo momento come uno strumento di contrattazione per garantire i lavoratori e affrontare un metodo di lavoro per concordare con ENEL le attività che possono essere sviluppate nell’area significa non aver capito che senza industria le città muoiono.

Occorre un nuovo progetto con gli industriali (quei pochi rimasti), sulle possibilità delle piccole medie imprese di insediarsi in un sito vicino al porto e all’autostrada; capire se quelle aree possono essere i magazzini della città e se da quel luogo può partire una mobilità elettrica che consegni le merci in città e contestualmente sposti le persone che arrivano dall’autostrada verso la città.

Occorre bonificare individuando tecnologie di ripristino dei luoghi che possano essere esportate in altre aree anche del mondo. (Attività di ricerca e di monitoraggio delle attività durante le operazioni di bonifica).

C’è la possibilità di pensare ad una città industriale che non sia solo di servizi ma di produzione.

Se pensiamo che la città punterà sull’efficienza, occorre produrre valvole per i termosifoni, lampadine a basso consumo, materiali isolanti, tutte aziende potenziali sulle quali, l’azione politica può fare molto.

La scommessa della città parte dalle aree ENEL e riparte dall’ENEL, una società che ha dato lavoro e problemi di salute.

Anche i dirigenti di questa società hanno un dovere che è quello di pensare per quelle aree sistemi di produzione a basso impatto che diano dignità all’area.

Costruiamo pale mini eoliche, il solare termico (pannelli) le batterie al vanadium?

Non so cosa sia meglio occorre capire il mercato ma anche avere una visione politica in grado di guidare la produzione affinché un ragazzo di 20 anni possa vedere in città il proprio futuro.

Mi piace chiudere questa riflessione con un pensiero: spostarsi per turismo e non per bisogno»

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