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Seven Japanese Rooms. Fotografia contemporanea dal Giappone

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Dal 17 dicembre 2016 al 5 marzo 2017, Fondazione Carispezia via D. Chiodo 36.

LA SPEZIA – Inaugura negli spazi espositivi della Fondazione Carispezia Seven Japanese Rooms. Fotografia contemporanea dal Giappone. L’esposizione, visitabile fino al 5 marzo 2017, presenta le opere di Tomoko Kikuchi, Toshiya Murakoshi, Koji Onaka, Chino Otsuka, Lieko Shiga, Risaku Suzuki, e Chikako Yamashiro, sette tra gli artisti più rappresentativi del panorama giapponese oggi più che mai eterogeneo per metodi espressivi, tematiche e media utilizzati.

Parteciperanno all’inaugurazione il presidente della Fondazione Matteo Melley, il sindaco della Spezia, Massimo Federici, Filippo Maggia, curatore della mostra, e Michiko Kasahara, chief curator del Tokyo Museum of Photography, che terrà, sabato 17 dicembre alle ore 16.00, sempre presso la sede della Fondazione, una lecture[1] dedicata alla fotografia giapponese contemporanea (prenotazione obbligatoria feis@fondazionecarispezia.it / 0187 258617).

In occasione dell’apertura della mostra, che è stata inserita fra le celebrazioni ufficiali del 150° anniversario dei rapporti tra Giappone e Italia, sarà presente l’ambasciatore del Giappone in Italia Kazuyoshi Umemoto.

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Con questa nuova esposizione Fondazione Carispezia prosegue il percorso dedicato alla fotografia contemporanea, inaugurato nel 2015 con la prima mostra personale in Italia del fotografo armeno-siriano Hrair Sarkissian e pensato per valorizzare questo particolare aspetto del linguaggio artistico contemporaneo, anche quale strumento per la comprensione di alcune di quelle contraddizioni e complessità che caratterizzano oggi molteplici aspetti della società e della cultura contemporanee.

Come sottolinea il curatore Filippo Maggia nel testo introduttivo al catalogo che accompagna la mostra “Osservata dall’esterno, la scena contemporanea giapponese appare nella sua complessità ricca, assai variegata, finanche seducente. La stessa impossibilità di definire una o più tendenze assume immediata valenza positiva, tali e tanti sono i campi d’indagine, tutti affrontati con pari intensità e quella originalità di cui molte volte difetta la fotografia occidentale. E’ questa un’altra peculiarità che rende unico il palcoscenico nipponico delle immagini: capace di distaccarsi dall’ingombrante eredità dei maestri facendo proprie istanze che nascono dai cambiamenti in atto nella società contemporanea, tradotte in opere nitide, a volte anche formalmente classiche eppure graffianti, crude, essenziali. Ci troviamo di fronte a una generazione di artisti che, per quanto proceda in ordine sparso e ancora a credito di adeguato sostegno, è ben consapevole dei propri mezzi e parimente abile a intercettare trasversalmente sensibilità condivisibili da tutti, in primis proprio dalla critica e dal pubblico occidentale che sembra da anni ormai come sedato da estetismi ridondanti”.

La ricerca di questi fotografi è caratterizzata da approcci differenti, ma accomunata dalla vicinanza a temi strettamente legati alla realtà, dove l’esperienza diretta – intesa come coinvolgimento dell’artista nel vissuto quotidiano – rappresenta l’elemento fondante e comune a opere fra loro tanto diverse.

Koji Onaka e Risaku Suzuki giocano, all’interno di questa selezione, il delicato ruolo di collegamento con la generazione di artisti precedente, nella quale spiccano i nomi di Yasumasa Morimura e Hiroshi Sugimoto. Koji Onaka cattura il paesaggio giapponese in immagini a colori raccolte nel corso dei suoi numerosi viaggi attraverso il Paese. I suoi scatti – in mostra viene presentata una selezione di fotografie dalla serie Short Trip Again, Matatabi-2 – sono percorsi da un sentimento di nostalgia e di incertezza; lo scopo non è quello di documentare i luoghi quanto piuttosto quello di restituirne la valenza emotiva. Risaku Suzuki riflette, invece, sulla percezione dello sguardo verso soggetti semplici – la neve o i fiori di ciliegio, come nelle opere della serie Sakura presenti in mostra – che puntualmente ritornano nel suo lavoro incentrato sulla consapevolezza che nulla è eterno, ma che, allo stesso tempo, tutto può essere messo in relazione con una nuova vita.

Tomoko Kikuchi, Chino Otsuka e Lieko Shiga appartengono a quella schiera di artiste volitive e indipendenti capaci, nell’ultimo decennio, di intraprendere strade anche difficili pur di affermare la propria ricerca. Tomoko Kikuchi si è trasferita in Cina per indagare temi “scomodi” e tenuti celati all’opinione pubblica, come quello dei transgender. Nella serie I and I – realizzata tra il 2006 e il 2011 – Kikuchi ritrae le esistenze delle drag queen cinesi, dai giorni bui durante i quali trascorrevano esistenze sotterranee, fino all’epoca in cui iniziarono a intravvedere uno spiraglio di luce. Chino Otsuka, che risiede da anni in Inghilterra, approfondisce nelle proprie opere il rapporto tra storia personale e memoria: nel suo lavoro più recente Memoryscapes, presente in mostra, l’artista ha ri-fotografato alcuni dettagli di vecchie fotografie ingrandendo l’immagine che frammentata e sfuocata, inizia a raccontare la propria storia. Ancora diversa è l’avventura intrapresa da Lieko Shiga che si è trasferita nello sperduto villaggio di Kitagama – nel nord-est del Giappone sull’Oceano Pacifico – dove ha lavorato per quattro anni come fotografa ufficiale della città, documentando le festività, le cerimonie e ogni attività del villaggio ma anche raccogliendo le narrazioni orali sulla storia dell’insediamento. Le opere che compongono la serie Rasen-Kaigan sono il risultato della collaborazione dell’artista con gli abitanti del luogo e i soggetti dei lavori sono i loro corpi che rappresentano storie troppo delicate e invisibili per essere trascritte come cronache e alle quali si aggiungono le esperienze dell’artista stessa che ha partecipato allo scatto.

Chikako Yamashiro indaga la cultura e le tradizioni del luogo in cui è nata e vive, Okinawa, in un puzzle dove realtà e sogno s’intersecano e sovrappongono, come accade nel video Your voice came out through my throat – esposto a La Spezia – che muove dal racconto dell’esperienza della Battaglia di Okinawa narrato all’artista da alcuni anziani della sua città. La regione natale è il tema esplorato – seppure in maniera completamente differente – anche da Toshiya Murakoshi che dal 2006 lavora principalmente nella sua città di provenienza, Fukushima, realizzando fotografie in bianco e nero, serene e potenti, di paesaggi che sembrano ripercorrere i suoi ricordi. Le immagini della campagna attorno a Fukushima, apparentemente identica a tante altre zone presenti in Giappone, sono, però, inevitabilmente accompagnate dal legame sottinteso al sisma e al disastro nucleare: la fotografia diviene un modo per pensare ed elaborare il disastro e le immagini, silenziose ed evocative, le custodi della memoria.

Il catalogo curato da Filippo Maggia ed edito da Skira che verrà realizzato in occasione della mostra raccoglierà, oltre alle opere e agli artisti presenti, i lavori di altri sette fotografi della scena artistica giapponese contemporanea.

In parallelo, presso Spazio 32 – biblioteca della Fondazione Carispezia e spazio culturale dedicato al fumetto e alle arti visive – è visitabile fino al 28 gennaio la mostra dell’artista giapponese Ayumi Kudo: 43 tavole illustrate della serie “Le cose in-misurabili”; 17 opere in ceramica Bizen della serie “La poesia del coccio” oltre a 5 grandi tele. Nata nel 1980 a Okoyama, in Giappone, Ayumi Kudo ha conseguito la laurea in arti visive e discipline dello spettacolo (indirizzo pittura) presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Vive e lavora a Monza. Ha partecipato a numerose mostre in Italia e all’estero.

[1] Per l’incontro è prevista la traduzione simultanea in italiano.

Nella foto in alto da sinistra: Massimo Federici, sindaco La Spezia; Matteo Melley, Presidente Fondazione Carispezia; Kazuyoshi Umemoto, Ambasciatore del Giappone in Italia, Filippo Maggia, curatore della mostra

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