laspezia.cronaca4.it - La Spezia News in Tempo Reale

Le isole delle donne e degli uomini semplici

Più informazioni su

Intervista Di Simona Pardini a Giorgio Pagano sul suo nuovo libro. 

LA SPEZIA – “Un libro su Sao Tomé e Principe è più unico che raro”, scrive nel suo contributo a “Sao Tomé e Principe – Diario do centro do mundo” il Viceministro agli Affari Esteri Mario Giro. Cosa l’ha spinta a scrivere un libro su un luogo così magico dove ha vissuto e lavorato per due anni?

Ho scritto il libro perché sento il bisogno di riflettere sui miei ancoraggi ideali in un’epoca di smarrimento, mentre avanza un pauroso processo di svuotamento della politica democratica e della partecipazione.

Che fare? Viene in mente un bel verso di Pietro Ingrao: “Pensammo una torre, scavammo nella polvere”. Lui stesso lo commenta così: “La parola torre e la parola polvere fanno pensare a una distanza che in realtà non c’è: scavare nella polvere se si vuole essere torre”. E’ tempo di tornare nella polvere, tra le persone, tra i poveri e gli esclusi di oggi, per pensare una nuova torre.

Ho scritto due libri, “Eppur bisogna ardir” e questo sulla mia esperienza di cooperante a Sao Tomé e Principe, pressoché in contemporanea. Un libro sulla Resistenza spezzina, un libro sull’Africa. C’è un nesso? Certamente. Sono due libri che partono dalle persone, dalle donne e dagli uomini semplici. In “Eppur bisogna ardir” ho raccontato la Resistenza delle persone comuni. A lungo ho pensato di intitolare questo libro “Le isole delle donne e degli uomini semplici”. Ma poi ho riflettuto sul contributo del Viceministro Mario Giro, intitolato appunto “Un libro su Sao Tomè e Principe è più unico che raro”. Sao Tomè e Principe doveva avere, per la prima volta nella storia, l’onore di un titolo. E tuttavia, come “Eppur bisogna ardir”, è un libro sulle persone, sulle persone che si battono per l’emancipazione di sé, per l’autodeterminazione della propria vita, per e con gli altri.

La “nuova torre” non può che nascere dalla capacità di autogoverno delle persone, dalla concezione della vita come cammino non solo individuale ma anche e soprattutto con gli altri. Sono i valori fondamentali dell’umanesimo, i valori della Resistenza italiana ed europea che ho ritrovato in Africa, i valori che ci guidano oggi nella battaglia contro l’individualismo e il dio denaro, per la solidarietà e la vita comunitaria, in Occidente come in Africa. Una battaglia che è fondamentale perché l’Africa sappia respingere il neocolonialismo e costruire una sua autonoma strada allo sviluppo. Che non copi il nostro sviluppo, che consuma e distrugge l’ambiente. C’è una parola nella lingua zulù che Nelson Mandela ha reso famosa nel mondo: “ubuntu”. E’ un termine difficile da tradurre, ma l’espressione che gli si avvicina di più è “l’insieme dell’umanità”, l’empatia, l’umanesimo.

La politica, secondo lei, deve migliorare la vita delle persone, e coinvolgerle. Che valore hanno avuto per lei le persone a Sao Tomé? Che rapporti ha avuto con loro?

Nel libro spiego che la mia concezione della politica mi ha sempre spinto a partire dalle persone. Ho sempre cercato di farlo, prima da uomo di partito, poi da Sindaco. In miei testi precedenti, dedicati alla sinistra, sono arrivato alla conclusione che sia la sconfitta degli anni Venti sia quella degli anni Settanta sono state determinate dalla concezione prevalente nel movimento operaio, sia comunista che socialdemocratico, con al centro l’assalto allo Stato, la conquista del potere politico, e non la trasformazione della società attraverso un processo dal basso, anche culturale e soggettivo, che aiuta i lavoratori e le persone a governarsi da sé. C’è una frase che cito spesso, è di Bruno Trentin che, in Il coraggio dell’utopia ,dice: “Credo di essere arrivato alla convinzione che l’utopia della trasformazione della vita quotidiana debba diventare il modo di fare politica”. I cambiamenti devono avvenire qui e ora, e diventano reali e duraturi solo se procedono dal basso, dalle persone. La grande politica è la capacità di rendere le persone autonome, capaci di autogovernarsi da sé.

E’ con questa concezione in testa che ho lavorato, a Sao Tomé e Principe, al Piano di sviluppo del Distretto di Lembà, l’area più povera di un Paese molto povero: costruire relazioni con i saotomensi basate sul rispetto e sulla reciprocità, presupposto necessario per costruire un Piano che fosse “di Lembà” e non “per Lembà”, quindi una “costruzione sociale” elaborata con il contributo decisivo delle persone, in grado di supportare la capacità dei saotomensi di autogovernarsi. Credo, come testimonia il diario, di esserci, almeno in parte, riuscito. Ho fatto decine di incontri e di assemblee, ma la cosa più importante è che ho trovato rispondenza nei saotomensi. Ci sono, in loro, la povertà spirituale e l’individualismo frutto dei nostri tempi, ma anche la spiritualità e la solidarietà comunitaria. Probabilmente, per spiegarle, bisogna risalire alle origini della civiltà africana: “Il bene dell’individuo era funzione del bene della comunità. Non il contrario. L’ordine morale era solidamente collettivo”, scrive il grande studioso Basil Davidson in La civiltà africana. Una storia culturale. Poi fu soprattutto l’arrivo rovinoso del colonialismo europeo a impedire che tutto quello che c’era di valido nelle antiche strutture, il vigore morale, l’umanesimo, l’accento posto sull’esistenza sociale dell’uomo, potesse sopravvivere in nuove forme. Eppure questo retaggio di dignità, di ottimismo, di fiducia, di “forza vitale” in qualche modo permane ancora, nutre l’oggi e nutrirà il futuro dell’Africa.

L’altro punto su cui lei insiste è la centralità dei territori e dei sistemi locali…

La mia “rotta” è sempre stata quella delle persone e dei territori, dei sistemi locali, che costituiscono il secondo elemento portante della “rotta”. La realizzazione delle persone è un processo che si sviluppa all’interno dei sistemi locali, dei territori dove le persone e gli attori collettivi vivono e interagiscono; a sua volta lo sviluppo sostenibile dei territori deve essere cercato dagli attori dei territori stessi, è cioè reso possibile dalle persone. C’è un legame strettissimo tra persone e territori. Una simile visione oggi è ritenuta, a livello internazionale, fondamentale per l’attuazione dell’Agenda dello Sviluppo Post-2015; ma dieci anni fa era ancora patrimonio di un gruppo ristretto di “pionieri”… Mi riferisco in particolare agli amici con cui ho condiviso le esperienze associative di questi anni, “Euro African Partnership”, “Funzionari senza Frontiere”, “Januaforum”, “Alisei”…

E’ anche con questo secondo elemento portante della “rotta” che ho operato per il Piano di Lembà. E’ una nuova visione della cooperazione, che non si riduce agli aiuti ma vuole costruire e potenziare le strutture istituzionali, economiche e civili decentrate. Gli aiuti stanno in piedi solo se si creano istituzioni locali riconosciute, apprezzate e in grado di governare il territorio.

Come mai lei dà tanto valore alla partecipazione popolare, come scrive nel libro? Non pensa che troppa partecipazione rallenti il processo di innovazione?

Al contrario, io penso che l’innovazione, per dare frutti, debba essere un fatto sociale, condiviso, partecipato. Faccio un esempio: non c’è dubbio che a Sao Tomé sia indispensabile modernizzare il settore della pesca. Ma se non si coinvolgono i pescatori artigianali e le “palaiés” (le venditrici di pesce) rischiamo di arricchire solo le imprese straniere “predatrici”. A Lembà c’è un impianto per la pesca industriale costruito dalla cooperazione internazionale “dall’alto”, senza coinvolgere nessuno: giace abbandonato, perché nessuno sa adoperarlo. Noi abbiamo proposto la costituzione di una società mista per la pesca, costituita dallo Stato, che conferirebbe la struttura e la concessione della licenza di pesca, e da un’impresa straniera, che conferirebbe la flotta e l’impegno di gestione della struttura. Questa società dovrebbe collaborare con le piccole imprese locali esistenti, assumere una parte dei lavoratori artigianali e/o acquistare una parte del loro pescato, collaborare con le associazioni delle “palaiés” per la vendita, per esempio nelle zone rurali del Paese, dove oggi il pesce non arriva. L’innovazione va portata dal di fuori ma al tempo stesso va fatta nascere dall’interno, coinvolgendo le persone, supportandole nei cambiamenti, suscitando la loro creatività. Il progetto innovativo è nato discutendo in animate assemblee popolari, ed è davvero innovativo proprio per questo!

Che livello di democrazia partecipata è stato raggiunto a Sao Tomé?

E’ un livello ancora embrionale, ma la voglia di partecipare è molto forte. L’Africa è una terra giovane, con un’età media di vent’anni, ed è un grande laboratorio di idee. Quando partecipavo alle assemblee e ai “tavoli” di discussione a Lembà, mi domandavo: ma non c’è più entusiasmo, più dinamismo, più creatività qui, in questa terra così povera, che non nelle assemblee della “vecchia” Italia e della “vecchia” Europa? Nel nostro Piano di sviluppo ci sono due proposte di accrescere la partecipazione e la cittadinanza attiva: la creazione del Consiglio Distrettuale per l’attuazione del Piano, organo consultivo presieduto dal Presidente della Camara Distrital (l’ente locale), composto da rappresentanti dell’Assemblea Distrital, del Governo nazionale e della società civile delle comunità locali; e la creazione di strutture intercomunitarie (comitati di interzona) che si collochino in una posizione intermedia tra le autorità distrettuali e le diverse comunità di villaggio esistenti nel Distretto.

Un capitolo del libro è intitolato “Dalla cooperazione tra Comuni al partenariato tra comunità”. Che cosa propone?

La proposta è quella di lavorare a una rete di relazioni e di scambi che faccia crescere il territorio “nostro” e “loro”. E’ quello che definiamo “partenariato tra comunità”, perché punta a far collaborare tra loro non solo i Comuni italiani e quelli dei Paesi in via di sviluppo, ma anche le rispettive associazioni della società civile, le fondazioni bancarie, le imprese… Nel 2011 tornai a Jenin, per la Conferenza delle città europee che hanno relazioni con la città palestinese. Un palestinese impegnato nel progetto elogiò il progetto del Comune di Spezia di cooperazione a Jenin : “Di solito i donatori non puntano all’autonomia degli aiutati, ma creano un sistema che produce degli automi che devono limitarsi a fare quanto deciso in altri Paesi, magari con nessuna o scarsa utilità rispetto ai bisogni del territorio. Invece La Spezia ci ha stimolato a fare la nostra parte, e ci ha fatto crescere”. Io aggiunsi: “Si è trattato di uno scambio reciproco che ha fatto crescere anche la nostra città e la nostra comunità”. Può essere così anche per lo scambio tra Lembà e Liguria e Toscana, che stiamo cercando di promuovere. Faccio l’esempio del turismo sostenibile: l’ecoturismo che rispetta l’identità dei luoghi e la partecipazione comunitaria delle popolazioni locali, cioè gli assi di fondo della progettualità in atto a Lembà, non hanno forse molto da dire per il futuro di una nostra isola, la Palmaria? Può unirci una visione dello sviluppo “non sviluppista”, come quella che caratterizza tutto il Piano di Lembà.

“Funzionari senza frontiere” e “Januaforum” sono le due associazioni per cui collabora. Come mai ha deciso di lasciare la carriera politica per occuparsi di questi progetti di cooperazione?

La scelta di dedicarmi alla cooperazione internazionale nacque in me nel 2005, quando ero Sindaco. Andai in Terra Santa, per siglare un gemellaggio speciale, che avevo curato nei tre anni precedenti. Un gemellaggio tra tre città: La Spezia, città di Exodus e porta di pace sul Mediterraneo, la palestinese Jenin e l’israeliana Haifa. A Jenin portammo anche un segno di solidarietà: il progetto per realizzare il centro giovanile Sharek. Lo inaugurai nel maggio 2007: fu il mio ultimo atto da Sindaco, preceduto dalla Conferenza europea per la pace in Medio Oriente, che si tenne alla Spezia in aprile, alla presenza di delegazioni di Jenin e di Haifa. Quando arrivai a Jenin -la prima di tante volte- la città, circondata dal muro, dal filo spinato, dalle torrette e dai carri armati, sembrava una prigione. Una città distrutta, rasa al suolo, impoverita, affamata, assetata. Fu soprattutto il campo profughi a turbarmi nel profondo. Era pieno di bambini: curiosi e diffidenti nel contempo, socievoli come tutti i bambini del mondo, ma con ferite nei loro corpi e soprattutto nei loro cuori. Un’ansia e una paura dentro che si poteva solo immaginare. Tutto cominciò lì, da quell’incontro. Con tantissimi bambini che chiedevano di essere curati e sfamati. Visitai un centro di aggregazione per i giovani tra i 12 e i 24 anni, gestito dal Consiglio Comunale dei ragazzi, eletto nelle scuole. Chiesi a un ragazzo di 16 anni se aveva speranza nella pace. Temevo mi rispondesse che non c’era altra strada che fare il kamikaze, mi disse invece: “Tutti i ragazzi, palestinesi e israeliani, hanno diritto a essere felici, tocca agli adulti saper rispondere al nostro bisogno”. Quando un bambino o un ragazzo ti chiede il diritto a essere felice, la prima azione politica, di grande politica, diventa curarlo, sfamarlo, impegnarsi per renderlo felice. Come dice il mio amico Massimo Toschi, cooperante e disabile: “Quando il dramma è assoluto, la politica diventa semplice”.

Simona Pardini

Più informazioni su