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Perche’ abbiamo bisogno degli immigrati e perche’ non possiamo accettare che siano rinchiusi in Libia, in condizioni disumane

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Al CAMeC presentato un libro che racconta le loro storie.

LA SPEZIA – Salone del Camec gremito per la presentazione del libro ”Il mondo in una scuola. Storie e viaggi dell’operaio europeo”, organizzata dall’Associazione Culturale Mediterraneo e dal Centro di documentazione Logos. Bruno Fragiacomo, curatore del libro, ha citato alcune testimonianze dei migranti che hanno frequentato le scuole di italiano dei circoli operai di Genova e di Savona. Racconti che spiegano bene i motivi della partenza -la fame, la guerra, la disperazione- ma anche il dramma dei viaggi per raggiungere l’Europa e il peso che nei viaggi hanno le organizzazioni criminali. Fino al riscatto cercato in Europa attraverso il lavoro.

Fragiacomo e i presentatori del libro -Giorgio Pagano e Mario Iannuzzi, introdotti da Ulderico Carra- hanno insistito sulla tesi secondo cui “non è vero che gli immigrati ci rubano il lavoro”: sia perché occupano posizioni meno qualificate, in gran parte abbandonate; sia perché l’Italia e l’Europa ne hanno bisogno a causa della loro forte crisi demografica.

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Netta è stata poi la polemica contro il recente accordo tra Italia e Libia: il suo esito prevedibile è stato anticipato da quanto già accaduto nell’ultimo decennio, ben raccontato nel libro. “Il mondo in una scuola” ci fa conoscere le condizioni dei centri temporanei in Libia dai racconti di quanti sono sopravvissuti, nonostante i trattamenti disumani e le sopraffazioni subite. E ci fa conoscere nei dettagli più dolorosi quanto accade ora in Libia, su un territorio fuori dal controllo di qualsiasi governo, alle migliaia di persone eritree, somale, nigeriane, sudanesi, gambiane e di molti altri Paesi africani, prima che raggiungano i barconi diretti verso le nostre coste. Racconti crudeli, che si susseguono tutti uguali da mesi e da anni e che rappresentano, da soli, la premessa ineludibile che impone di considerare inaccettabile, oltre che inattuabile, un accordo col Governo libico per il controllo e la gestione dei flussi migratori. E’ rischioso pensare a dei centri sul modello hotspot nella Libia attuale. Si devono semmai creare, innanzitutto, corridoi umanitari sicuri e servizi ricettivi appropriati dove il Governo libico possa registrare i nuovi arrivi, sostenere il ritorno volontario, esaminare le richieste di asilo e offrire soluzioni ai rifugiati. E’ sicuramente questo l’aspetto più delicato: una strategia tutta finalizzata a bloccare l’immigrazione cosiddetta “clandestina” non lascia spazio alla tutela dei diritti e alla protezione internazionale. Nel Memorandum siglato a Roma la parola asilo non compare: e non c’è alcun riferimento a quanti, all’interno dei flussi che partono dalle coste libiche, fuggono perché in pericolo di vita, perseguitati e bisognosi di soccorso e tutela.

La questione migratoria – hanno concluso i relatori- non può essere affrontata dall’Italia e dai Paesi europei se non partendo dai principi di diritto internazionale su cui si basano le nostre democrazie. Abdicare a quei principi vuol dire rinunciare di fatto alla propria storia e mettere in discussione l’intero sistema di valori a cui si ispirano gli stati di diritto. La rivendicazione dei diritti fondamentali di eguaglianza e di libertà, di aspirazione alla costruzione di una vita migliore, non possono riguardare solo alcune popolazioni, devono valere per tutto il popolo-mondo. L’orizzonte non può essere così angusto come quello italiano ed europeo: per bloccare i flussi non possiamo rinchiudere centinaia di migliaia di persone nei campi libici. La cooperazione internazionale deve puntare allo sviluppo economico e democratico dei Paesi poveri, non al sostegno ai Governi dispotici e totalitari sulla base del principio “io ti pago perché tu ti tenga i migranti, non importa come e dove”.

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