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Erba: “Il carcere, luogo di umanità e di riscatto sociale”

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LA SPEZIA – Questa mattina ho avuto la possibilità di visitare il penitenziario di Villa Andreino insieme alla direttrice Maria Cristina Bigi. Non ero mai stato dentro un carcere, l’esperienza mi ha consegnato elementi di riflessione che ritengo importanti. Dall’esterno non è facile capire quale sia il mondo dietro le sbarre. Un silenzio innaturale riempie i lunghi corridoi della struttura, gli sguardi dei detenuti sono piegati da una condizione pesante, espulsi, si spera temporaneamente, dalla società in attesa di potervi rientrare. C’è un grande senso di umanità da parte del personale che vi lavora all’interno: docenti che tengono lezioni di francese, di storia, di italiano e matematica ai detenuti più volenterosi e psichiatri che forniscono assistenza ai detenuti più fragili.

La quotidianità è portata avanti a cavallo tra l’applicazione della legge e il buon senso dettato dalla consapevolezza, quale? La consapevolezza che la detenzione è una forma riabilitativa, non punitiva. Questo lo sa bene la Dott.ssa Bigi, direttrice del penitenziario, che porta avanti la struttura con grande dedizione e umanità. Villa Andreino è un carcere cresciuto molto negli anni: il laboratorio del penitenziario oggi produce lavoro e forma delle professionalità che potranno trovare spazio nella società. Prima dicevo, luogo di umanità; i colori della stanza accoglienza lo dimostrano. I figli dei detenuti durante la visita trovano un luogo colorato con disegni alle pareti, libri e fumetti con i quali intrattenersi con la propria madre o il proprio padre durante la visita. “Tutto è concepito per non lasciare un brutto ricordo, il carcere non è la fine, è lo step per ripartire”, mi è stato detto durante la visita e lo condivido. Ho guardato negli occhi i detenuti che erano a lezione, chi stava lavorando, chi aspettava il colloquio con lo psichiatra. E mi ha colpito un punto, tanti di questi uomini, per lo più giovani, chiamavano la direttrice “Dottoressa, le devo parlare, dottoressa ho bisogno di dirle delle cose”, questo rappresenta più di ogni altra cosa il lavoro che si sta facendo, l’umanità seppur nella fermezza. Villa Andreino è un piccolo cosmo in città, ha le sue regole, i suoi progetti e le sue esigenze.

Ed è qua che mi vorrei soffermare. La visita l’ho fatta per portare una proposta che mi è stata suggerita: un corso da pizzaioli per i detenuti del carcere. Ho avuto una risposta immediata, una disponibilità che mi fa capire quanto le Istituzioni possano fare. Andremo avanti con questa proposta e nelle prossime settimane ci incontreremo con la Direttrice Bigi per definire il cammino da fare insieme. Là dentro, a Villa Andreino, si respira umanità. Le Istituzioni devono coordinare la propria attività con i penitenziari. Il carcere non è un pianeta a parte. In quei luoghi si decide il ruolo che avranno in futuro queste persone ed è responsabilità della politica dare un’altra possibilità, dare gli strumenti necessari per costruire un riscatto. I dati ci dicono che la netta maggioranza dei detenuti che lavorano e che hanno un percorso di formazione professionale durante la detenzione difficilmente ritornano in carcere. Il tempo della condanna non è un tempo perso, non è una punizione fine a se stessa: la condanna è, per funzione, una condizione che può tradursi in riscatto, alle Istituzioni spetta il compito di difendere questo principio.

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