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Le opere di Pietro Rosa al Convento degli Olivetani

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LE GRAZIE – Saranno svelate, domenica 9 aprile alle ore 11,00 presso l’ex convento dei frati Olivetani delle Grazie, le due grandi opere dell’artista Pietro Rosa raffiguranti l’Ultima cena e la Deposizione. Le opere dell’artista, nato alle grazie nel 1923 e scomparso nel 1995, andranno a congiungersi, 600 anni dopo, agli affreschi di Nicolò Corso, in un suggestivo ‘dialogo’ che attraversa la storia dell’arte. Un’operazione di ritessitura artistica che, sviluppata dal Comune di Porto Venere d’intesa con la Curia e la Soprintendenza ai Beni Culturali, vede il completamento dell’antica idea che presiedeva alla realizzazione dei complessi monastici nel XV° secolo.

Alla cerimonia parteciperanno don Domenico Lavaggi, con gli interventi del Sindaco di Porto Venere Matteo Cozzani, dello storico dell’arte Matteo Fiorino e del giornalista Corrado Ricci, animatore del Cantiere della Memoria che per l’occasione ospiterà una mostra di opere a soggetto sacro di Pietro Rosa.

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Nicolò Corso e Pietro Rosa: il Cenacolo “sacro e profano” degli Olivetani

La pittura di Pietro Rosa (Le Grazie 1923 – La Spezia 1995) inscrive nella cornice di alcuni dei massimi momenti dell’iconografia cristiana soggetti tratti dalla vita quotidiana, celebrando così al contempo la tradizione religiosa e la sua comunità di riferimento, che poteva in tal modo sentirsi ancora più vicina ai temi di fede trattati. La ricollocazione delle opere di Rosa presso il refettorio dell’ex Convento degli Olivetani alle Grazie rappresenta dunque l’occasione per rievocare la consuetudine iconografica di molti cenacoli conventuali durante i secoli XIV e XV di abbinare il soggetto dell’Ultima Cena a quello della Crocifissione. Gli affreschi che Nicolò Corso (Pieve di Vico 1446 – Genova? 1513) eseguì per gli Olivetani delle Grazie sul finire del Quattrocento, segnano inoltre l’inizio di un fedele e forte legame con l’ordine. Allo stesso modo, l’Ultima Cena e l’Uomo deposto dipinti da Rosa per la parrocchia di S. Teresa (Limone – Melara) sanciscono l’inizio di una lunghissima amicizia tra il pittore e il parroco Don Domenico Lavaggi, colui che commissionò le tele nella prima metà degli anni ’70, e a cui il pittore volle darle in dono una volte compiute, al termine della profonda crisi esistenziale attraversata in quegli stessi anni.

Nicolò Corso, Crocifissione e fregio decorativo

Gli affreschi, attribuiti a Nicolò Corso e databili tra il 1485 e il 1490, rappresentano una delle rarissime testimonianze di pittura parietale rinascimentale presenti sul territorio. Riscoperti nel 1902 sotto diversi strati di intonaco e restituiti alla pubblica fruizione nel 1986, sono sopravvissuti, malgrado le evidenti lacune, alle diverse trasformazioni subite dal monastero a fini militari e abitativi a partire dalla soppressione dell’ordine, nel 1798. Nella grande lunetta, ai piedi del Crocifisso (oggi mutilo), l’attenzione cade immediatamente sul coro dei dolenti, con la Vergine Maria, la Maddalena e San Giovanni Evangelista; a destra della croce, un gruppo di sacerdoti e scribi confabula mentre assiste all’avvenimento. Sullo sfondo, dietro a un paesaggio collinare popolato da monaci bianchi diretti al monastero, si intravedono le torri di un villaggio, la cui posizione ricorda quella di Portovenere. Sebbene le suggestioni fiamminghe delle opere giovanili del pittore siano ancora evidenti nelle pieghe dei panneggi, è una sensibilità di matrice lombarda, vicina a Vincenzo Foppa, a informare l’intero ciclo per la naturalezza delle espressioni, la calma del paesaggio e il ricco vocabolario del fregio, che racchiude i busti dei santi titolari dei monasteri olivetani (Laura Martini, 1986).

Pietro Rosa, Ultima Cena

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Vivaci discussioni da cantina animano la scena, che si svolge in una sorta di taverna abbandonata, ormai priva di solaio. Mentre la soglia gli fa da aureola naturale, Gesù Cristo, spento nel proprio silenzio, spezza il pane eucaristico presagendo la propria sorte: ai suoi piedi, un agnello incarna il simbolo dell’imminente sacrificio, secondo uno schema iconografico assolutamente inedito nelle raffigurazioni dello stesso soggetto. Alle spalle di Cristo, Pietro e Tommaso dissertano concitatamente mentre Giuda Iscariota è già amaramente pentito per l’affare appena fatto. La tavola, imbandita con pesce fritto servito su carta paglia e vino bianco, è composta a sua volta da due tavoli di diversa altezza. A posare come modelli per l’occasione furono pescatori, operai e artisti, tutti amici del pittore, compreso lo stesso Don Domenico Lavaggi, che ritroviamo seduto sulla panca a destra, nei panni di San Matteo.

Pietro Rosa, L’Uomo deposto

Deposizione

L’opera venne così intitolata per sottolineare l’aspetto più umano del Cristo deposto dalla Croce, ritratto privo di barba e capelli come un qualsiasi uomo, spersonalizzato dalla propria morte. La scena si svolge all’interno di una cava, simbolo di povertà, al centro della quale l’uomo viene adagiato alla stregua di un martire del lavoro che ha pagato a caro prezzo la propria croce. Il coro dei dolenti presenta a sua volta delle curiose varianti iconografiche: oltre alla Maddalena (a sinistra), la Vergine Maria e Giuseppe D’Arimatea (a destra), ci sono due uomini, probabilmente due pescatori, intenti a deporre il corpo mentre un bambino li incoraggia; inoltre, avvolto nelle braccia della Vergine, troviamo nuovamente Gesù, questa volta in fasce. Quando Don Lavaggi chiese la spiegazione di questa doppia presenza, Rosa gli rispose che “quando muore un figlio per una madre è come se essa lo stringesse sempre tra le braccia”.

Matteo Fiorino, storico dell’arte

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