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Africa: garantire i due diritti, di restare e di migrare

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Incontro promosso da Mediterraneo, Nautilus e Caritas.

LA SPEZIA – L’intreccio tra cooperazione internazionale in Africa e accoglienza in Italia e in Europa degli africani costretti a migrare è stato il filo conduttore dell’iniziativa “Diritto di restare diritto di migrare. Quale rapporto tra Europa e Africa”, organizzato dall’Associazione Culturale Mediterraneo, dall’Associazione Nautilus e dalla Caritas Diocesana.

Vimal Carlo Gabbiani, Presidente di Nautilus, si è soffermato sulla realtà africana e sulle sue tante facce: crescita economica ma anche povertà e diseguaglianze, democrazia ma anche corruzione. Tante Afriche piuttosto che una sola Africa. Alla cooperazione e all’accoglienza, ha affermato, “ci spingono motivi etici ma anche interessi strategici ed economici”.

Giovanni Pontali, che ha sostituito don Luca Palei, impegnato nelle funzioni del Giovedì Santo, e Madiaw Ngom hanno raccontato l’esperienza di accoglienza della Caritas, basata su “un approccio flessibile, differenziato rispetto alle esigenze delle persone” e sull’impegno “a iniziare un percorso con i migranti, che parta dall’insegnamento della lingua e poi dalla formazione a un mestiere”. L’agricoltura e la manutenzione del territorio, hanno spiegato, sono la grande area in cui inserire nel lavoro i migranti, come insegna l’esperienza della costruzione dei muretti a secco di Manarola.

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Giorgio Pagano, Presidente di Mediterraneo, cooperante e autore di “Sao Tomé e Principe – Diario do centro do mundo”, si è soffermato sul progetto di costruzione partecipata del Piano di sviluppo sostenibile del Distretto di Lembà, il più povero di Sao Tomé e Principe: “Abbiamo indicato un’altra via di sviluppo rispetto a quella pensata dai Governi nazionali negli scorsi anni, una via innovativa imperniata non sul petrolio ma sull’agricoltura, la pesca e l’ecoturismo: in questo modo l’Africa diventa soggetto protagonista e non oggetto passivo della politica”. Sull’accoglienza Pagano ha detto che “occorre evitare la guerra tra poveri”: “nessuno deve poter pensare che a chi viene da lontano vengano dedicate più risorse e attenzioni rispetto a chi è sempre stato qui o è qui da tempo… serve un piano che metta tutti in grado di accedere a una nuova cittadinanza, garantendo standard minimi per casa, lavoro, servizi: vanno rivisti a fondo i criteri distributivi e le politiche del welfare, per dare giustizia nel nuovo contesto”. Bisogna, inoltre, “intendersi su che cosa significa accogliere: non vuol dire solo aprire le porte a chi cerca la propria salvezza nei nostri Paesi, offrire loro tetto e cibo, costringerli a un ozio forzato mantenuti dallo Stato, per poi abbandonarli alla clandestinità: cioè quello che tanto fa arrabbiare chi accanto a loro fatica ogni giorno a sbarcare il lunario… Accogliere vuol dire anche inserire i nuovi arrivati in una rete di rapporti sociali che li metta in condizione di rendersi autonomi, di lavorare, di andare a scuola, di imparare le nostre regole ma anche di trasmettere la loro cultura; e di organizzarsi per contribuire a creare le condizioni di un ritorno per chi lo desidera, e sono molti!, nel Paese da cui sono dovuti fuggire. Proprio per questo l’esperienza di Manarola è davvero emblematica”.

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