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Pierluigi Peracchini e la festività del 25 Aprile

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Pierluigi Peracchini, candidato Sindaco della Spezia.

LA SPEZIA – La seduta solenne del Consiglio Regionale della Liguria per celebrare ufficialmente il 25 Aprile, avvenuta la settimana scorsa alla Spezia, così come un anno fa nel comune di Stella, mostra quanto il valore della Resistenza sia un patrimonio comune anche per le forze politiche che sostengono la mia candidatura a Sindaco della Spezia. Un valore che, per me, affonda le radici in tanti anniversari a cui ebbi modo di partecipare anche come oratore in qualità di segretario confederale. Oggi come allora, quell’eroico agire che portò alla Liberazione del nostro Paese rappresenta per me un valore imprescindibile così come il ricordo del sacrificio umano delle persone che hanno donato la propria vita per noi, per la nostra libertà, per la nostra democrazia.

Venerdì mattina, a differenza di altri candidati concorrenti alla carica di Sindaco della Spezia, sono rimasto al mio posto di lavoro. Ho evitato di partecipare alla cerimonia della Regione, lasciandone l’onere a chi la fascia tricolore, anche se per poco, ancora la indossa, senza barattare un po’ di visibilità in nome della Democrazia. Democrazia che sembrava conquistata per sempre, ma che di fatto viene rimessa in discussione con modi e forme diverse. Una di queste è lo strapotere finanziario sulle persone e sui loro bisogni primari e non. Conta di più lo spread del diritto al lavoro o alla pensione. Il nostro concetto di libertà non corrisponde, come quasi un secolo fa, al concetto di libertà germanica che era subordinazione spontanea e convinta, nel nome di valori, coesione sociale e magari razziale, che portò insieme al concetto del Super uomo, quindi indipendente e autosufficiente, al nazifascismo.

Il 25 aprile l’Italia democratica, ricorda tutti i nostri caduti e quelli degli alleati per la nostra libertà. Migliaia di uomini e donne, ragazze e ragazzi che combatterono anche imbracciando le armi o aiutando chi lo faceva per la libertà di tutti. Spesso questa ricorrenza è frutto di divisioni, di diverse interpretazioni politiche, perché si incorre nell’errore di guardare la storia del passato con gli occhi di oggi. Credo che, proprio in nome del valore della parola Libertà, bisogna evitare di rimettere in discussione il ruolo che ebbe la Resistenza nella sua riconquista perché è un dato storico incancellabile. Non va dimenticato però lo stillicidio di uccisioni, violenze e anche solo intimidazioni avvenute nel periodo successivo all’aprile del 1945. Dobbiamo, utilizzando il concetto elaborato da Papa Giovanni XXIII, distinguere l’errore dall’errante, e l’errore fu solo uno, unico, si chiamava e si chiama nazifascismo.

Dobbiamo ricordare la Liberazione come grande festa unitaria di un popolo e celebrarla ogni anno con lo stesso spirito di chi vi ha partecipato attivamente. Un tema quello della partecipazione a cui si ispira da sempre anche il mio agire, sia questo nel mondo sindacale che in quello associativo e, ora, in quello politico. La partecipazione è alla base della creazione di una Città Nuova che abbia al centro i cittadini e non un municipio occupato da e per il potere. Una Città con pari dignità sociale per giovani e anziani, dove il lavoro sia coniugabile sia come diritto che come dovere; una Città in cui la disabilità sia consentita nel vivere quotidiano perché una Città a misura di disabili è una Città a misura di tutti i cittadini. Valori che non tramontano e che a noi sono arrivati con il sacrificio di quelle vite umane che con il 25 Aprile onoriamo nel ricordo. Ma come spiegare tutto questo ai più giovani? Come insegnare loro che spesso i pericoli si nascondono in modo subdolo perché in apparenza compatibili con le società democratiche e con le città in cui vivono.

La debolezza della politica pare affrontare i cambiamenti, anche in una città come la nostra, in modo poco incisivo e troppo spesso incapace di riequilibrare tutte le ingiustizie che si manifestano. In questa lotta assume un ruolo fondamentale la famiglia che, insieme alla scuola e alle istituzioni deve essere capace, oggi come allora, di trasmettere i valori fondanti della democrazia: il rispetto verso gli altri e verso ciò che è diverso da noi, ma questo senza fare sconti alla propria identità. Come faremo a garantire, a partire dalla nostra Città il lavoro, le prestazioni sociali alla nostra gente se il mercato non sarà sotto ordinato a questi diritti? Solo se ci faremo carico di portare l’educazione alla giustizia, alla solidarietà, alla libertà, alla democrazia in ogni giorno del nostro operato avremo onorato la vita di chi l’ha donata proprio per questi stessi valori. Su tutto questo, oggi come allora, non si può fare sconti ne mediazioni.

A noi, a chi si sente di appartenere alla classe popolare, lavoratori, pensionati, politici, uomini e donne, spetta il compito di realizzare a livello globale ma anche locale quella nuova società, quella società in cui la libertà non sia soltanto un fatto vuoto, ma sia la sostanza cui tutti partecipano in misura veramente uguale. Anche se pare difficilissimo lo dobbiamo fare con ottimismo, quello profondo, ragionato. Come quello del giovane pastore protestante , condannato a morte dai nazisti, Dietrich Bonoeffer: ”l’essenza dell’ottimismo è la forza di continuare a sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di sopportare gli iinsuccessi, la forza di tener alta la volontà quando sembra che tutto fallisca, la forza di non lasciare mai il futuro agli avversari ma lo rivendica per sé”.

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