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Turismo di consumo alle Cinque Terre

Damiano Pinelli, Presidente del Sistema turistico locale Golfo dei Poeti, Val di Magra e Val di Vara.

LA SPEZIA – «Le Cinque Terre sono la principale risorsa turistica nella nostra area, perciò i problemi al centro della discussione in queste settimane sono una fonte di preoccupazione per tutti gli operatori. Trovare una soluzione all’eccesso di visitatori non è facile e credo che i rappresentanti del Parco Nazionale e dei Comuni interessati stiano affrontando la situazione con senso di responsabilità.

Il primo problema, come in altre situazioni simili in Italia, è il turismo di consumo. I visitatori giornalieri che si fermano poche ore e non possono conoscere e apprezzare il nostro territorio. La loro crescita degli ultimi anni è contraria al modello di sviluppo turistico che ci contraddistingue.

Dobbiamo ricordare che il successo delle Cinque Terre è legato ad un cambio di orientamenti avvenuto nel ceto medio internazionale. Una parte consistente del quale negli ultimi decenni ha abbandonato i richiami del turismo di massa – i modelli Rimini, villaggio turistico, crociere, parco vacanza – per orientarsi su vacanze vissute come esperienza, ricerca di territori autentici da vivere in modo lento, a contatto con la cultura, il paesaggio e la tradizione locale.

Grazie a questi segmenti turistici, un tempo etichettati come “nicchia” e divenuti oggi prevalenti, abbiamo raggiunto i risultati che conosciamo.

Ricordo l’aumento costante e sostenuto di arrivi e presenze (che hanno superato lo scorso anno quota 2 milioni e 300mila) che danno lavoro a più di 1.200 attività ricettive in provincia; la crescita straordinaria della Spezia, divenuta il principale comune turistico della Liguria di Levante; e oltre 250 milioni di euro di contributo al Pil provinciale.

L’impatto delle presenze negli alberghi della nostra area è sostenibile dal territorio e può essere in qualche modo gestito.

Infatti risulta che almeno un quarto del totale delle presenze annue non è costituito da “vacanzieri” e gli altri hanno una permanenza media in provincia di 3 giorni e solo uno di questi lo passano alle Cinque Terre, dando luogo a quasi 800mila visitatori l’anno.

Sono persone interessate a scoprire i valori autentici del territorio, che vanno anche sui sentieri più alti, si fermano più giorni, programmano le escursioni, si distribuiscono su di un’area ampia ed essendo ospiti dei nostri alberghi, possono essere indirizzati per le loro escursioni nelle aree o negli orari a minore densità.

A questi si aggiungono, e sono altra cosa, circa due milioni di “visitatori giornalieri”.

Come ho scritto sopra, questi due tipi di presenze turistiche non sono conciliabili e c’è chi ha fatto notare che se diventiamo una Disneyland tutto quello che si è costruito negli anni è a rischio. Deve essere chiaro che lo snaturamento delle Cinque Terre porta alla fine del nostro modello turistico e al declino. Un’esperienza che non sarebbe nuova. La Liguria infatti l’ha già vissuta con altre “ex” destinazioni turistiche di successo. Santa Margherita è qui vicina: è fra le destinazioni liguri che vanno meno bene, con turisti in diminuzione.

Purtroppo il turismo di consumo è alimentato in gran parte dalle crociere. Se vogliamo preservare le Cinque Terre questo fenomeno va limitato.

Lo strumento per intervenire sono i ticket sugli ingressi. E’ accettabile che i visitatori giornalieri – chi non soggiorna nel nostro territorio, arriva, si ferma poche ore e riparte – debbano pagare una tassa per entrare. Con i proventi si costituisca un fondo per la salvaguardia del patrimonio storico e culturale delle Cinque Terre, da destinare alle attività del Parco, delle Amministrazioni locali e delle fondazioni che hanno per scopo la tutela del patrimonio locale.

Nel fondo sarebbe lecito far confluire anche una quota delle tasse di soggiorno pagate dai turisti e incassate dai Comuni della nostra provincia.

Alcuni recenti provvedimenti, presi per governare la situazione sono sbagliati. L’aumento dei treni ha migliorato il servizio ma non è certo una misura per ridurre i flussi. Il rincaro del biglietto va bene quando entri, ma nelle tratte interne proprio no. Se un viaggiatore va da Riomaggiore a Manarola l’incremento di persone per l’area è zero. Il rincaro che ha portato il prezzo del viaggio a circa un euro al minuto, più caro della metropolitana di Dubai, non può essere contrabbandato come misura per contenere i flussi. Va chiamato col suo nome: un furto, che oltretutto conferma ai turisti il luogo comune secondo cui in Italia si prendono fregature.

Un regalo inaspettato alle ferrovie, che partono sempre con i treni pieni e dovrebbero già guadagnare a sufficienza con le tariffe ordinarie.»