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Pagano: «Dopo la disfatta, la sinistra può rinascere con il civismo»

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Giorgio Pagano, cooperante, già Sindaco della Spezia.

LA SPEZIA – Il sabato prima del ballottaggio ho dormito in un borgo dell’Appennino emiliano, base per un’ascensione in montagna all’alba della domenica. Vi vivono ancora 22 persone, tutti ex elettori del Pci. Alla sera abbiamo discusso nella piazzetta del paese: nessuno vota Pd, la maggior parte si astiene, una minoranza vota M5S. Sono persone che si sentono abbandonate e tradite da un partito che si proclama di sinistra e fa cose di destra: dalla riforma costituzionale alle pensioni , dal jobs act alla privatizzazione dei servizi. E’ avvenuta una “rottura sentimentale”, che ha portato una vasta area politica a non sentirsi più rappresentata. Ciò è molto evidente nelle “zone rosse”: in Emilia, a Pistoia, a Sesto San Giovanni e a Spezia -una delle poche città italiane dove nel 1948 vinse il Fronte popolare- per il Pd è stata una disfatta. La domenica mattina, mentre salivo sulla vetta, un amico mi ha inviato un’email dal titolo “Melanconia”: mi raccontava che in piazza Brin la sede, un tempo mitica, del circolo Pd era chiusa. Si stava votando, ma c’era solo una bandiera avvizzita.

La disfatta ha anche ragioni locali: una classe dirigente esangue, povera idealmente, asserragliata in un cerchio ristretto, autocelebrativa ma in realtà incapace di delineare una visione condivisa del futuro della città, litigiosa e arrogante. Bastava ascoltare, in questi mesi, le donne e gli uomini semplici nei quartieri: “questa volta non li votiamo”, “è l’ora di cambiare”.

Il 55% ha scelto l’astensione: un dato drammatico, delegittimante per tutti. I restanti hanno votato a grande maggioranza per il centrodestra, che si è presentato unito e quindi convincente. Le liste civiche hanno avuto al primo turno buoni risultati, ma erano divise e quindi non convincenti. L’elettore premia sempre l’alternativa che appare più credibile.

Pierluigi Peracchini, volto per bene di una maggioranza spesso estremista, ha il compito di governare sapendo che gode del consenso solo di un quarto degli elettori. “Partecipazione” deve essere quindi la sua parola chiave. Nell’altro campo ci sono macerie: non si tratta di unire la vecchia sinistra ma di far rinascere una sinistra che non c’è più. E’ molto difficile ricostruire un legame simbolico e affettivo che è stato spezzato. Si può tentare di farlo solo dando vita a un nuovo soggetto civico che stia dalla parte dei più deboli e proponga nuove idee e strumenti di governo partecipato. Come hanno scritto i 42 lericini usciti dal Pd nei giorni scorsi.

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