Gli operai, i giovani, gli intellettuali nella Lerici ribelle degli anni sessanta

LERICI – “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” ha fatto tappa anche alla Serra, nel Circolo ARCI gremito per partecipare all’incontro con Giorgio Pagano, intervistato da Stefania Novelli dell’ARCI e dai giornalisti Riccardo Bonvicini ed Enzo Millepiedi.

Pagano si è soffermato sulla Lerici degli anni Sessanta, “effervescente e ribelle”: “l’impronta della classe operaia era forte, lericini erano i ‘capi’ degli operai del Muggiano -Dino Grassi – e della Pertusola – Ovidio Iozzelli, la Casa del Lavoratore all’inizio della salita per Pozzuolo era il luogo dove si incontrava la comunità operaia”, ma maturava anche “una nuova cultura giovanile”: “le ragazze lericine erano le più irrequiete, affascinate dal mondo beat e in fuga dalle famiglie”, mentre l’Ostello della Gioventù -9 mila presenze nel 1967- era “il luogo dell’incontro tra i giovani di tanti Paesi”. I delegati al Congresso provinciale della FGCI, nel 1966, “si recarono all’Ostello, e ricordano: ‘lì capimmo che c’era un altro mondo, e che noi, se non cambiavamo, correvamo il rischio di essere tagliati fuori’”.

Lerici respirava un clima internazionale, ha ricordato Pagano, anche grazie agli editori e agli scrittori che la frequentavano: è nel rapporto con loro, non solo con il mondo contadino della Serra, che maturò la poetica di Paolo Bertolani, “poeta minore ma in realtà grande poeta, profondamente legato alla cultura degli anni Sessanta: amava Pasolini, a cui lo accumunavano il compianto per un mondo che sta sfacendosi e la polemica verso un progresso che è solo barbarie, ma non era disperato, la sua poesia resta una poesia all’insegna della comunicazione con gli altri, della confidenza con il mondo, della ‘fratellanza’, la parola chiave per capire il Sessantotto”.

Il dialogo tra Pagano e i suoi interlocutori si è sviluppato a tutto campo, fino alle inevitabili domande su quel che resta di quegli anni: “Il Sessantotto fu una rivolta etica, esistenziale, non un progetto politico compiuto, ma resta la tensione umanistica verso un cambiamento radicale all’insegna della ‘fratellanza’. La vecchia massima di allora resta valida: ‘Siamo realisti, chiediamo l’impossibile’. Se non si tentasse sempre di nuovo l’impossibile non si conseguirebbe mai il possibile. Quella tensione umanistica deve però operare una svolta teorica profonda: non è solo l’uomo ad avere diritti, li ha anche la natura. Altrimenti il pianeta scomparirà”.

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