È il momento di accuse e giudizi?

Dopo la gara del Franchi, si sono scatenate critiche e accuse feroci verso chi questa squadra l’ha faticosamente costruita e chi la sta faticosamente plasmando tra mille difficoltà, quasi che la sconfitta di Firenze fosse lo spartiacque invalicabile che definisse la fine degli alibi. Ma è veramente il momento delle accuse, mentre la squadra è in piena lotta per la salvezza?

LA SPEZIA – Quasi sorpresi da tanta manna, alla vigilia della gara con la Viola, ci stupivamo dell’abbondanza dei convocati, ben 23, una roba mai vista quest’anno.
Un’euforia che il riscaldamento sul terreno del “Franchi“, ha iniziato a far vacillare, quando abbiamo scorto Hristov avvicinarsi al medico toccandosi l’inguine.

C’è Martin per fortuna, ci è venuto spontaneo, altrimenti eran dolori, ma già l’ottimismo stava scemando nella preoccupazione di perdere un altro centrale per un tempo indefinito.
Quando poi Simone Bastoni, già debilitato da un paio di giorni, tanto da aver saltato anche la rifinitura, alzava bandiera bianca, Reca accusava un indurimento muscolare, tanto da obbligare Motta a chiedere un altro sacrificio a Ema Gyasi.

A quel punto si che l’euforia, peraltro già compromessa dal generoso rigore concesso con il VAR dalla bestia nera Giua, svaniva del tutto, lasciando di nuovo spazio alla depressione.
Se non altro si rivede in campo Jacopo Sala, che la sorte ce lo mantenga in salute, che va a riempire un centrocampo messo a dura prova dalle qualità dei ragazzi di Italiano, ma non è giornata.
Maggiore e Kovalenko non trovano le linee di passaggio, Colley appena entrato sembra poter spaventare la difesa dei Viola, ma dura poco questa sensazione, anche perché stai giocando contro la squadra di un tecnico che conosciamo bene e che mai si chiuderà, continuando ad aggredirti.

Gli altri due gol sono la logica conseguenza di ciò che lo Stadio fiorentino ha già visto molto spesso quest’anno, anche nelle sconfitte con le big.
Difficile trovare il bandolo, difficile invertire il trend, a questo punto la mente va già alla sfida con il Torino, li ci sarà il Picco a dare una mano.

È ciò che accade dopo che ci lascia interdetti, quasi che la gara contro l’ex odiato fosse realmente considerata giocabile, fosse davvero una sorta di possibile vendetta.
I valori al momento ci dicono che è utopia, che c’è troppo divario, almeno in campo esterno, tra una squadra che ha cambiato poco e acquisito la mentalità di Italiano come la Fiorentina e una che sta faticando a recuperare gli assenti e che gioco forza Motta sta impostando ancora più offensiva di quello che probabilmente vorrebbe.

Si scatenano critiche e accuse feroci verso chi questa squadra l’ha faticosamente costruita e chi la sta faticosamente plasmando tra mille difficoltà, quasi che la sconfitta di Firenze fosse lo spartiacque invalicabile che definisse la fine degli alibi, semmai qualcuno li avesse tirati fuori nelle dichiarazioni.
Alibi che inevitabilmente devi citare se vuoi analizzare il momento, anche se Motta non lo fa, mai.
Alibi che raccontano un qualcosa di tangibile, un qualcosa che può essere discusso, che può anche derivare da precise responsabilità, ma che alibi rimane.

Thiago Motta non li cerca, anche ieri è stato schietto, secco, deciso dopo la gara “ci hanno dominato da subito, siamo stati troppo leggeri, perdevamo tutti i duelli“, niente rigore, niente infortuni, niente scuse.
I numeri lo sappiamo tutti, sono impietosi, difesa più perforata, attacco che talvolta fatica troppo, prestazioni convincenti alternate a cadute sonore, come a Roma, Verona pur con sfaccettature diverse, e quindi Firenze.
Ma, c’è un ma che non può essere trascurato, i bianchi sono in piena corsa con altre squadre per la salvezza e la differenza punti con la passata stagione è risibile.

Inoltre come detto un po’ per amore un po’ per forza, Motta sta schierando formazioni a trazione anteriore, questo stava per pagare moneta sonante a Cagliari in avvio di stagione e in casa con il Genoa, ben 4 punti persi per colpe proprie e non che avrebbero posizionato la squadra a 12 punti, non certo fuori dalle sabbie mobili, ma con un clima attorno di ben altro spessore e pesantezza.
Qualcuno ci ricorda la trasferta di Venezia, con la vittoria arrivata all’ultimo tuffo, noi gli ricordiamo la sconfitta con l’Udinese in casa, con Musso a prendere anche le mosche prima della beffa.

Detto questo, Motta o Pecini non hanno bisogno delle nostre difese, ma qui non si tratta di dare colpe o di trovare i colpevoli, perché non c’è nessun delitto al momento, non ci sono sentenze, siamo nel pieno di un cammino iniziato burrascosamente da poco, pieno d’insidie come anche di scommesse, ma con un preciso intento, sporcarlo con accuse inutili in questo momento è deleterio.
Ormai giro gli Stadi d’Italia da 40 anni, una vita, ho ricordi di annate e annate a parlar di salvezze da conquistare con pochi soldi e tanti problemi, di tutti i tipi.
Ebbene le rivoluzioni che io ricordi hanno sempre portato disastri più che soluzioni, prima di chiedere la testa di questo o quello pensiamoci bene, ognuno per il proprio ruolo.

Poi si certo, si può parlare di calcio, discutere ruoli e posizioni, interpreti.
Quando i numeri non quadrano si può discutere di tutto, delle scelte di formazione, dei cambi.
Tutto è discutibile, ma proviamo anche a capire dove siamo e cosa ci stiamo giocando, proviamo per un momento a lasciare da parte tutto e a goderci questi momenti.
Per chi di voi ieri era al “Franchi” nello spicchio degli ospiti o chi era a casa a soffrire, chi l’avrebbe mai detto che un giorno i protagonisti diventassimo noi e per il secondo anno di fila?
Basta già questo a farci pensare a un sogno, proviamo a non rovinarlo dando giudizi affrettati e perdendo di vista chi siamo davvero, sarebbe un peccato

Enrico Lazzeri

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